Questa è la storia che mi ha spinto a tornare in Australia con Penelope, comprare una chitarra senza saperla suonare e tutto il resto. Ho cominciato a scriverla a Sydney su un Moleskine, il taccuino usato da tizi come Kerouac e Hemingway. A quel tempo cercavo con ossessione la mia strada. Mi accorsi solo più tardi che la tua strada vale quanto il sogno di un cane; qualcosa di assolutamente indefinito.
A farla breve arrivai ad Amsterdam il 9 gennaio. Pioveva. M’avviai da subito a conoscere la città, frequentare locali, fare amicizia con bionde olandesi, cercare lavoro e una casa. Roba da niente. Comprai la prima bicicletta da un barbone per dieci soldi. Filava una meraviglia e giravo in tondo ai canali con la mappa della città aperta sotto la pioggia e il vento sferzante dell’inverno. Cominciavo ad approcciare la città.
Dopo tre giorni mi rubarono la bicicletta. Ne comprai un’altra, sempre dallo stesso barbone, sempre per dieci soldi.
- Questa è la bici che m’hanno rubato! – feci al barbone.
- N’è quella amico. Dieci soldi e te la porti via.
Approcciai la città.
Il tizio che mi offriva ospitalità si chiamava Gaetano. Aveva acquistato casa con il giardino verso MarcoPolo straat, un po’ fuori mano dal centro, perchè non si nasce tutti figli di sceicco. Conviveva con la compagna olandese, Hamber, quindi mi sistemarono sul divano. In quei giorni, nonostante Gaetano mi avesse assicurato ospitalità finchè non mi fossi trovato un posto, la ricerca dell’alloggio era il mio unico obiettivo. L’unica cosa a cui pensavo. Più di mangiare, dormire, bere e fare l’amore. L’ospite è come il pesce e bla bla bla.
Mi diedi da fare, su internet soprattutto. Rintracciai un paio di siti in cui si postavano la maggior parte delle case in affitto ad Amsterdam e in breve beccai diversi appuntamenti.
Uno di questi fu una sera, quando insieme a Gaetano e Hamber discutevamo sul divenire, fumando canne a ripetizione avvolti in un’atmosfera calda e confortevole. Mi dispiaceva proprio andare lì fuori, ma dovevo trovarmi un alloggio per me. Inforcai la bici e uscii. Faceva un freddo boia e una lieve pioggerellina si frammischiava zozza con la nebbia. Le strade sembravano tutte uguali, e mi persi. Pedalando a caso sforai di mezz’ora l’appuntamento. Chiamai il tipo dal cellulare:
- Signor Zimmerman sono sotto il portone. Cortesemente mi apra, fa freddo.
- L’appuntamento era mezz’ora fa giovinotto. Mi rincresce. La casa l’ho fittata a un altro.
Zeus si divertì un mondo, il burlone. Appena il gentile signor Zimmerman attaccò la cornetta venne giù un nubifragio tremendo. Erano le nove di sera. Pareva ci fosse il coprifuoco. Pedalai per la strada del ritorno contrastando un vento bastardo e secchiate d’acqua gelida come un salmone che risale il fiume. Rincasai fradicio. Hamber, cuore di mamma, preparò una tisana calda e mi portò degli indumenti asciutti. Gaetano mi confermò l’ospitalità senza tradire alcuna seccatura. Era contento di parlare in dialetto, e volle essere informato sugli ultimi avvenimenti acccaduti a Castellammare. Non sapevo che raccontargli. Ne inventai qualcuna per ricambiare la cortesia: una sparatoria, un paio di matrimoni, una frana.
Nei giorni successivi ebbi modo di visitare altre case e stanze te huur. Gli affitti erano alti e le camere inospitali. Annusavo nell’aria il tanfo della speculazione. Ad Amsterdam anche uno stanzino per le scope senza finestra costava un occhio. Che vuoi farci, chiusa una porta si aprirà un portone, mi dicevo. E questo dannato portone si aprì. Si trattava di una casa vicino al centro, in De Costadestraat, appena dopo Singel, il canale che delimita il centro dalla prima periferia. Il ragazzo che fittava era americano, vent’anni neppure. Si barcamenava in discorsi come: «…il proprietario mi ha lasciato la casa perché è stato commilitone in Vietnam con mio padre… Non so se il prezzo ti conviene… So che da queste parti trovare un alloggio è un problema… Anche io ho dovuto sudare per trovarmi uno straccio di stanza, poi è arrivata questa fortuna e me la sono presa…»
Tagliai corto: - Quanto viene il fitto?
- Quattrocento soldi per questo mese. Poi andiamo via che il padrone torna a riprendersi la casa.
- Ci sto.
L’appartamento era piccolo, ma grazioso. Si trovava all’ultimo piano dell’edificio, aveva moquette blè, mobilio moderno, finestre larghe che s’aprivano nel sottotetto tenuto su da grosse travi di legno. Non m’importava di restar lì temporaneamente, quello che contava era darsi una mossa. Traslocai la sera stessa. Ringraziai Gaetano, salutai Hamber, e presi il sacco. Li invitai a cena il giorno dopo.
Montai in bici e tornai in De Costadestraat. Bussai al portone della nuova abitazione, salii le ripide scale fino all’ultimo piano, ed entrai. L’americano era lì che mi aspettava. Gli sganciai i soldi del fitto. Com’era contento mentre li contava, il figlio di troia. La palla buona ce l’aveva lui, che dire. Ma la palla buona passa di mano in mano, e un giorno, di certo, mi sarei trovato al posto suo.
Tutti contenti eravamo: io, Gaetano, l’americano. E la contentezza d’animo porta sempre buoni frutti. Trovai lavoro in una multinazionale americana. Custumer service dicevano, e sembrava chissà che d’importante. Al contrario si trattava di roba che conoscevo bene: incollato al computer otto ore al giorno e imparare il disco a memoria. Ma non mi lamentavo. Mi occorreva un lavoro per imbarcarmi in questa stagione da nomade, e l’avevo trovato. Quanto tempo avrei impiegato per tirare giù la baracca e rimontarla in un altro posto, era tutto da vedere.
lunedì 3 dicembre 2007
Anima Emigrante
ci sono persone che per natura ferme in un posto non sanno stare.
non si muovono per necessita', come accadeva un tempo, emigrando in un paese inseguendo prospettive migliori. si muovono, perche' non possono farne a meno.
sono le anime emigranti.
gianluca
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