II
Ad Amsterdam immaginavo di trovare tutti fricchettoni e personaggi che vivevano al di sopra delle righe. Beh, mi sbagliavo. Anche qui la famiglia e certi valori solidi come casa e automobile andavano per la maggiore. Che dire. L’uomo segue un prototipo e stringi il sugo una città vale l’altra. Un po’ come dei gorilla che cambiano zoo portandosi dietro la gabbia dove sono cresciuti. Gaetano, per dire, si fosse trovato la donna a Castellammare o in capo al mondo, avrebbe condotto la stessa vita, con gli stessi ritmi, le stesse identiche aspettative.
A me e Gaetano non ci aveva presentato nessuno. Una sera, alle prese con una sbronza in un bar giù la marina di Seano, lo conobbi per caso, lui più fatto di me, e trascorremmo la notte a tirare fuori cazzate. Questo è quanto.
Gaetano s’era trasferito ad Amsterdam invaghito di una turista olandese in vacanza a Sorrento. Partito per farle visita non era più tornato. Adesso aveva un impiego sicuro, una casa con giardino, e aspettava un bambino dalla sua compagna, Hamber, che gli dimostrava un attaccamento cieco.
Gaetano serbava una certa nostalgia di Castellammare. Si emozionò parecchio mentre ne parlavo, e aggiunse: «Santia’ alla fine in Olanda si vive in tranquillità, senza pensieri. Figurati che dimentico le chiavi vicino al furgone un giorno sì e uno no. Certo, il mare fa schifo, il clima è peggio, e la cucina dobbiamo inventarcela. Ma alla fine con il volo diretto Transavia in due ore sbarco a Capodichino. Hai capito? Quando si tratta di compleanni o cerimonie scendo di corsa!»
Era felice di chiaccherare. Mi raccontò del giardino, la posizione dei mobili nuovi, qualche volta portava Hamber a cena fuori, una partita di calcio di serie A dal satellite, e andava fiero per il suo furgoncino bianco: nel retro ci stavano tutti gli attrezzi per il giardinaggio. Ne parlava, di quel dannato furgoncino, così lentamente, assaporando ogni parola, da farmi strippare. La calma, io che desideravo cambiare registro in fretta, mi disturbava. Probabilmente il suo progetto di vita poteva dirsi compiuto. Però, onesto, star lì ad ascoltarlo mi veniva il voltastomaco. Non potevo farci nulla. Collegavo quell’espressione beata alla stessa faccia di cazzo di mia sorella quando mi rimproverava d’essere un’inconcludente; lei, che invece era paro paro inquadrata come Gaetano: lavoro, famiglia e bla bla bla. Odiavo i loro sguardi senz’affanni!
A dirlo in giro Gaetano era un dritto. Uno di quelli che hanno inteso che è meglio farsi da parte prima possibile, che poi le cose si mettono male. Una persona amabile, che porta avanti lo schema perfetto, quello sognato dalla maggioranza, riuscendoci benone. La minoranza - cui credo di appartenere - resta fuori da questa perfezione torcendosi tra domande come: «Cosa vorrei fare veramente nella vita?»
E intanto il mondo gira in tondo senza accorgersi della nostra mancanza. Che alla fine diventiamo oggetti superflui. Degli estranei.
Gaetano avviò a parlare del nascituro. Allora Hamber gli fece una sorpresa. Trattenne il respiro e svelò il miracolo: maschio. Alla notizia Gaetano non stette nella pelle. Un’emozione strabiliante gli venne fuori dagli occhi tondi e siceri.
A guardare quei due abbracciarsi affettuosamente anch’io mi commossi. E una stilla di purezza mi si posò lieve sul cuore. La rabbia che marcivo nel petto per un attimo si ricoprì d’affetto, in qualche modo liberandomi l’anima e illumindola. Misi da parte i rancori e mi trovai a fare i conti con la verità. Eh, sì. Odiavo Gaetano perché era felice, mentre io mi barcamenavo tra dubbi esistenziali e uno scopo di vita lontano dall’essere percepibile. L’invidia è una brutta cosa, ma l’invidia della felicità la cosa peggiore.
Non ero certo partito dall’Italia innamorato pazzo o per il piacere di viaggiare o chissà cos’altro. Ero venuto via perché era l’unica cosa da fare, il solo rimedio per evitare d’impazzire, non appena ebbi l’impressione che la gente mi girava attorno come avvoltoi, e io lì disteso in terra esangue, la carogna da finire.
Gaetano se ne sbatteva della potenza di Dostojevski e viveva in pace uguale. Tanto che avrei barattato la sua vita con le ore trascorse a leggere, riempiendomi la testa di miti e modi d’intendere, pur di rasserenarmi.
Per fortuna la serata si raddrizzò. A volte c’è bisogno che qualcuno ti cacci fuori dai guai, che da solo viene dura. Fosse stato per me avrei continuato a strizzarmi le cervella senza cavarci niente, invece per festeggiare la bella notizia uscimmo in furgone tutti e tre.
Andammo al Soundgarden, un locale sulla Marnixstraat. Dieci minuti dopo rullavamo una canna e giocavamo a biliardino.
I cattivi pensieri si dissolsero. Almeno per un tot.
Mentre facevamo rollare gli attaccanti si fecero incontro due olandesi che insistettero nello sfidarci. Vinsero gli italiani e ci pagarono il giro. Nel frattempo ci raggiunsero alcuni amici di Gaetano e la comitiva s’allargò: Sacha, Karol, Sonja. Organizzarono un campionato di biliardino come ai tempi della scuola. Italia contro Resto del Mondo.
Uno dei ragazzi del Resto del Mondo, dopo aver perso tutte le partite, disse: «Che siamo così in tanti e allegri vi invito nel nostro ufficio a bere champagne e mangiare tartine!»
Ci guardammo negli occhi un attimo, un secondo proprio, afferrammo i soprabiti e li seguimmo.
L’ufficio si trovava proprio di fronte al Soundgarden. Aprirono il portone. Scendemmo una scalinata di legno che ci condusse in un ampio salone con parquet, il banco bar con spillatore, un juke-box, e divani di pelle nera. Fuori alla terrazza (che era al livello del canale) stava ormeggiata una barca; un barcone di quelli che avevo visto spesso tra i canali carichi di gente ubriaca, specie nel weekend.
Fece uno degli olandesi: - Organizziamo feste in barca con musica, vino e ragazze. La nostra compagnia va a gonfie vele. Abbiamo i soldi, li dobbiamo spendere!
Chiesi se potevo spillarmi una birra.
- Fai come se fossi a casa tua – esclamò brillante.
Ne spillai tre. Occasioni del genere capitano così di rado che c’è da approfittarne.
Le ragazze tirarono fuori del fumo e avviarono a rullare. La festa prese piede. Dalla scala in legno scendeva di continuo qualcuno nuovo che senza imbarazzo si mescolava al gruppo versandosi da bere o rullando una canna. Misero su buona musica e cominciammo a parlare e ballare e andare su e giù, e di qui e di là. I presenti, e quelli che continuavano ad arrivare riempiendo la sala, provenivano da ogni parte d’Europa. Quello che accadeva rispecchiava l’essenza della città.
Amsterdam è il centro di smistamento dei sogni e dei pruriti dei giovani europei accomunati dalla voglia di conoscersi e scambiarsi opinioni, utilizzando un’inglese più o meno sbilenco, portandosi appresso passioni come la pittura, la fotografia, la scrittura. E mi ci mettevo anch’io per lo mezzo. Io, sì, che volevo fare lo scrittore, ne avevo incontrati un paio di tizi con cui darmi da fare e prendere il largo dopo un paio di bicchieri forti, verso quei luoghi in cui si dice avvenga il miracolo dell’arte, quando i pensieri di due sconosciuti si mescolano e il risultato invisibile te lo porti fino a casa, e crei, crei qualcosa dandogli la forma per cui sei portato, con quel pizzico in più che l’incontro t’ha lasciato impresso. Come il fondo di vino in un bicchiere, come uno schiaffo, come un orgasmo.
Ebbi l’impressione, nonostante abitassi in città da poco, di far parte di una grande tribù. Una giovane tribù. A incontrare un vecchio per strada poteva trattarsi di un ragazzzo con su un vestito di carnevale o una statua di cera. Le canne, l’alcool, le puttane, mi sembrarono fin dal principio qualcosa di artefatto, lo specchio per le allodole per turisti e minchioni. Quella era la crosta. Un modo per far soldi. Il succo era ben altro.
A prendermi fu lo spirito con cui i ragazzi cercavano una strada nella vita, le risposte che si davano, e che percepivo concretamente nelle gallerie d’arte squottate, dai suonatori di strada, da posti come l’Overtoom 301 o lo Schoum, in cui per un paio di soldi ascoltavi musica, bevevi birra, e alle pareti gli artisti esponevano le loro opere. Questa insomma era l’essenza che colsi di Amsterdam. E mi stava bene.
Durante la serata conobbi un tizio. Si chiamavo Mutongo. Aveva vent’anni, o giù di lì. Ebbene questo ragazzo olandese alto quasi due metri, smilzo, biondo e pallido come un cero, si faceva chiamare Mutongo dopo aver vissuto sei mesi in una missione religiosa come infermiere, proprio a Mutongo, una città devastata dalla miseria nel Rwanda. Fu dopo aver visto un documentario in Tv sulla guerra civile che gli era scattata la molla: non poteva restare indifferente, doveva fare qualcosa. Provò la necessità incontenibile di aiutare. Me ne aveva raccontate tante sulla guerra che nei giorni a seguire non riuscii a prendere sonno. Con la stessa associazione benefica, tempo una settimana, sarebbe partito per le Filippine dove avrebbe incontrato miseria, morte e carestia. Gli augurai buona fortuna.
Poi, come il sole che sorge, il gallo che canta, l’onda che bagna la riva, dopo aver parlato di menomazioni, stupri e malattie, Mutongo, completamente fatto di birra e fumo, avviò a flirtare con una ragazza spagnola. In quell’istante vidi camminare la vita e la morte talmente a braccetto da non riuscirle a distinguere.
La sala era zeppa di ragazzi, e arrivò per ultima una coppia mano nella mano. Lei non era una gran bellezza, ma aveva un corpo eccezionale. Avviarono immediatamente a bere e fumare come tutti.
La tipa dal corpo eccezionale andò su di giri. Mi prese di mira. Cominciammo a ballare insieme stretti. La cosa mi piaceva. La tipa era partita. Mi mise una mano tra le gambe strofinando per bene.
«Che fai? Lì fuori c’è il tuo ragazzo, ragiona un attimo!»
Non volle sentire ragioni. Mi prese per il braccio e mi portò al piano di sopra. Al primo angolo buio che trovammo ci demmo da fare.
Fu spontaneo come scambiarsi gli auguri di Natale.
Dopo aver concluso tornammo nel salone. Nessuno pareva avercene a male. Mi spillai una birra e mi sedetti sul divano per far riposare le ginocchia, il midollo soprattutto. La tipa dal corpo eccezionale si versò uno champagne. Poi mezzo barcollando andò fuori alla terrazza e abbracciò il fidanzato contentissimo di vederla.
Quando la serata terminò la tipa dal corpo eccezionale venne verso di me pretendendo il mio numero. Il fidanzato lì, a guardare mentre scrivevo, senza battere ciglio.
Mutongo intanto era andato via.
mercoledì 2 gennaio 2008
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