martedì 22 gennaio 2008

IV

IV

Quotidianamente in metropolitana percorro lo stesso tragitto insieme a migliaia di persone, da Central Station, alla fermata di periferia di Bijlmer. Una volta smontato dalla metro mi addentro tra i palazzoni delle multinazionali con le vetrate a specchio tagliando sui prati all’inglese tenuti con cura. Dopo il fabbricato blu di Ikea entro in quello grigio della NCR. Infilo la tessera magnetica nel marchingegno di riconoscimento, la porta automatica si spalanca, il portiere mi ignora, prendo l’ascensore, breve corridoio, altra porta magnetica, altra tessera nel marchingegno, finchè arrivo in una sala ampia quanto un campo di calcio in cui sono alloggiate le tavole rotonde divise per nazione, ognuna con sei operatori.
Cammino tra gli impiegati accompagnato da un brusio incomprensibile in cui convergono i dialetti del mondo. Raggiungo la postazione italiana, faccio un cenno ai colleghi, mi accomodo sul seggiolone, accendo il computer, indosso le cuffie, e comincio a rispondere a domande idiote, le più idiote che possano venire in mente.
Per otto ore, cinque volte a settimana, così si consuma la mia vita. Sono giovane, eppure ho l’impressione che il tempo qui dentro si frantumi in sabbia che non costruirà nessun castello.
Ingranare fu dura questa volta. Credevo di poter sopportare facilmente l’impegno al call center dopo l’esperienza alla Telecom; invece fu proprio la conoscenza dell’attività a negarmi ogni possibile entusiasmo. Inoltre i miei nuovi colleghi erano pazzi. Degli squilibrati. Durante le ore lavorative impiegavano una perseveranza e una tenacia da far rizzare i capelli. Restavano automatizzati per decine d’ore con gli occhi incollati allo schermo come se quello fosse il solo scopo di vita. E presumibilmente lo era. Quello storto ero io, che mi ritrovavo ancora lì senza smania né futuro. Osservarli coccolare il team manager, infine, s’infrangeva l’ultimo brandello del mio sogno comunista. Chiedevano una promozione, chiedevano di avanzare nella gerarchia, di diventare qualcuno, e onesto, comprendevo la loro voglia di mettersi in gioco nel perverso meccanismo del capitalismo, in cui sei apprezzato solo facendo qualcosa in più degli altri; ma senza volerlo quell’integerrimo senso del dovere assassinava il diritto allo sciopero, condannava a morte le 36ore, impiccava il salario minimo. Così dediti al lavoro, questi giovani discepoli, rappresentavano l’orgasmo degli azionisti di maggioranza. E non si trattava di una covata miracolosa. Dietro di loro un esercito era già pronto a rimpiazzarli con la stessa forza di volontà, lo stesso impeto. Io ero deluso da tutto ciò. Non mi sentivo di condividere nulla di quel sistema. Eppure io stesso facevo parte di quel meccanismo impossibile da disattivare. Mi sentivo un ingranaggio. Nient’altro. E dovevo girare sempre alla stessa maniera per non far grippare il motore, il loro e il mio. Come in un fottuto Matrix, ebbi l’impressione che lo stipendio accreditato sul c/c mi alimentasse come una batteria-organismo!
Ben presto seguendo quel ritmo balordo le settimane filarono via così rapidamente da perdere la cognizione del tempo. Cinque giorni la settimana ascoltavo milioni di parole, per la maggior parte reclami di gente incazzata e ignorante, che al venerdì sera mi sembrava d’essere uscito da un centrifugatore. Staccavo la spina e realizzavo che quei bastardi m’avevano frullato il cervello. Una pappetta m’avevano conciato. E un’intera settimana della mia vita era trascorsa senza senso collocandomi un’enorme zero nel petto. Quei due giorni di libertà non bastavano a depurarmi le cervella dalle migliaia di improperi che vi erano entrati malvolentieri, che il lunedì mi trovavo con le cuffie allacciate. Per placare il tumultuoso vortice di voci che mi rimbalzavano in testa avrei dovuto trascorrere quei due giorni di riposo disteso in un bosco silenzioso, sul fondo dell’oceano, nelle viscere di una grotta. Oppure invece di lamentarmi avrei potuto cercarmi un altro lavoro. Ma non era così semplice cambiare proprio adesso che mi ero sistemato. Anzi, ero stato fortunato a trovarlo in poco tempo il lavoro, guadagnandomi l’indipendenza.
In breve, avvolto dal tepore dell’aria riscaldata, guardavo il mondo disintegrarsi oltre le finestre di cristallo, al riparo dalle intemperie, al riparo dai pericoli, paradossalmente intrappolato dalla mia stessa odiata comoda mansione.
Dopo otto ore esatte anche questa giornata era andata. Da raccontare, nulla. I colleghi facevano lo straordinario. Uscii dall’ufficio. Arrivai alla metro. Riconobbi alcune persone che lavoravano al terzo piano. Lì lì per salutarli arrivò il treno e scomparvero nel vagone. Montai anch’io. Fuori dal finestrino nubi di cartapecora ci scortarono fino alla stazione centrale. Pioveva leggero. Lasciai perdere il tram e m’incamminai a piedi.
Avevo bisogno di lasciar fuggire i pensieri lontano. Amsterdam è l’ambiente ideale per riflettere alle proprie ubbie. L’architettura dei palazzi si sposa perfettamente con l’atmosfera cupa e nebbiosa dell’inverno.
Una città segreta, misteriosa, questa qui.
Evitai il flusso di turisti e attraversai il quartiere di Spui. Camminai lungo un edificio con la facciata inclinata e le imposte in legno colorate di rosso. Svoltai in una stradina isolata. Una puttana mi invitò in camera. Rifiutai. Passeggiai tra i canali meno frequentati per ritrovare quiete, dispersione, silenzio. Finchè mi fermai in un caffè. Le finestrone erano appannate dal calore. Entrai e ordinai una birra. I presenti colloquiavano, leggevano riviste, rullavano sigarette, sorseggiavano the, in maniera decisamente meno accalorata di quanto accadesse in Italia. Non gesticolavano quando parlavano. Nessuno si guardava allo specchio per darsi un’aggiustata. Nessuno alzava la voce. Nessuno pareva dar conto di essere in compagnia di altre persone, ecco cosa intendo. Sembrava che fossero seduti nel salotto di casa a sorseggiare la tisana, in pantofole e il plaid sulle gambe, al riparo dagli sguardi. Erano belli a vedersi, così educati e civili. Restando però, gelidamente per conto loro. Nonostante fossimo nella stessa stanza avvertii la solitudine montare a dismisura. In quel momento avevo bisogno esattamente dell’opposto. Desideravo parlare con qualcuno del mio malessere, delle mie paure. Ma con chi? Allora ripensai a Penelope, bella come il sole, e la immaginai perdersi tra i canali con quel suo sorriso elettrizzato, il naso puntato verso i palazzi inclinati, gli occhi sgranati, pedalando allegra in bicicletta. Ripensai a quando facevamo l’amore, le carezze sotto le coperte d’inverno, il solletico, le risate, e ai giorni felici della nostra stupenda storia d’amore. Il ricordo di Penelope finì per rattristarmi del tutto. Gesù, com’ero sconsolato!
Scolai la birra e ne presi un’altra. L’euforia che mi aveva accompagnato quel primo periodo era scomparsa, lasciando il posto a una profonda inquietudine senza radici. Cambiare nazione non era servito. Lavoravo di nuovo in un call center senza alcuna voglia di farlo e cosa peggiore non sapevo come migliorare le cose. Prima di partire da Castellammare avevo un progetto più o meno definito: cercare la mia strada per essere felice. Ora, con lo sguardo incollato alle nuvole ghiacciate mi dicevo, dal profondo dell’anima mia: «Ma che cazzo ci faccio qui?»
Afferrai il soprabito. Pagai il conto. Uscii dal bar e mi persi tra i canali sconosciuti e solitari della città. Intanto la pioggia leggera veniva giù come cenere.

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