VII
Quando l’uomo decide di far correre liberamente il fluido diventa una bestia fantastica. Meglio del liocorno. Meglio delle fate carabine. In questa fase d’estasi l’uomo è perfino in grado d’essere decentemente gradevole.
A fine aprile ci fu la Festa della Regina. Ad Amsterdam tutti l’aspettavano con euforia. La gente andava in giro con un solo scopo: divertirsi. Non contava altro. I volti delle persone erano raggianti, esprimevano una felicità spontanea, come se la guerra fosse terminata e una nuova era di ricchezza e prosperità s’apprestava a essere vissuta. L’atmosfera frizzante era talmente contagiosa che mi sembrò di vivere su un pianeta perfetto, giocondo, amorevole, al riparo dai bari e dalle malefatte. Una favolosa giornata di sole fece il resto.
Amsterdam s’era rivestita d’arancio. Ogni persona per strada indossava qualcosa di color arancione: cappelli, bandiere, occhiali, reggiseni, magliette, scarpe, parrucche. Allora indossai anch’io una maglia arancione anche se non conoscevo il nome della regina né quanti anni compisse né m’importava niente saperlo.
Durante la Festa della Regina si tenevano concerti tecno ovunque. A me la tecno urtava. Ma non feci lo schizzinoso. In fondo ogni genere musicale pizzica una corda dell’anima. De Gregori quella sognatrice, per dire, la tecno quella fisica. Non è importante quale musica s’ascolta, l’importante è lasciarsi prendere. E noialtri che venivamo fuori dagli uffici sintetici delle multinazionali ne avevamo un bisogno disperato.
Mi trovavo con Gaetano, Hamber, e tutta l’allegra compagnia della festa di Marnixstraat. Ripensai anche a Mutongo che doveva trovarsi alle prese con bambini denutriti dalle parti di Manila. Che generoso lui. Io invece trascorsi l’intera giornata camminando tra i canali cercando di non cascare a terra spinti dalla ressa, piazza per piazza, inseguendo la musica, bevendo birra, fumando spinelli a nastro, e appena se ne presentava l’occasione stringendomi corpo a corpo con ragazze sudate, allegre e disinibite. In questo caso, a come la vedevo io, la vita pendeva decisamente dalla mia parte.
A fine giornata esaurimmo le energie fuori un bar sulla Weteringshans, il Twisted. Era mezzanotte. Avevamo trascorso circa dodici ore a bere e fumare e mi ero ritrovato chissà come a discutere con una tipa di quindici anni che continuava a fissarmi come un marziano. Lei era bella, un fiore selvatico olandese. Una di quelle bamboline che in Italia è impossibile avvicinare a meno di non saltare fuori da una Porsche.
Un giorno sentii dire da una persona saggia: «L’uomo felice gode di una donna dieci anni più giovane». Beh, cercavo di mettere a frutto la parola del profeta. La tipa in questione era sveglia e di poche pretese. Di quelle che è preferibile trovarsele stese accanto che discuterci delle stelle e l’eternità.
- Ti piacerebbe visitare l’Italia?
- Certo! - disse la ragazza.
- Quest’estate quando termini scuola ti ospito a casa mia, a Castellammare. Ho una barca di venti metri. Ti porto a Positano, Amalfi, eppoi a Sorrento a mangiare il gelato.
Quella lì sgranava gli occhi. E io la lasciavo sognare. Una tecnica patetica che utilizzavo spesso per rimorchiare facile. Le olandesi andavano pazze per l’Italia e per gli italiani. Molte di loro parlavano la nostra lingua apposta. Ma ne avrebbero dovuti accogliere davvero tanti di lupi cattivi prima di trovare il principe azzurro; e fino ad allora si sarebbero concesse ai bastardi come me che elemosinavano un pompino con trucchetti di quart’ordine. Quando mi portavo a letto una ragazza sentivo un certo piacere venire fuori. Ero bravo io, un guapo. Un uomo in grado di ammaliare e sedurre. Ma era un bluff. L’emozione durava il tempo di una dormita e tutto mi sembrava l’opera di un bambino capriccioso. M’incaponivo a dire bugie utilizzando i sotterfugi più meschini per arrivare allo scopo. Nonostante fossi consapevole di essere superficiale non avevo la forza di sottrarmici. Gustavo il sapore della vendetta in quelle scopate. Una sorta di rivalsa verso un torto subito. E non si creda, accadde anche di affezionarmi ad alcune ragazze, ma stringi stringi si trattò sempre di un fuoco fatuo. Il giorno dopo esserci stato insieme non ne ricordavo neppure il nome. L’amore, quello delle farfalle nello stomaco, del nodo in gola, delle mani sudate, della voglia matta di rivederla, restava confinato altrove, annegato nella pozza nera della delusione.
Dal Twisted venne fuori un ragazzo con una torta tra le mani. Sbucò dal nulla come un miraggio. Si fermò in mezzo alla strada e ad alta voce fece ai presenti: «Questa l’ho fatta con le mie mani. È nutriente, tastes it!»
Tutti ne presero una fetta e ci accomodammo al banchetto anche io e la ragazza.
- Buona. Con che l’hai fatta? – gli chiesi.
- Tutti ingredienti naturali, mangia mangia! - e continuò a distribuirla in giro.
La torta era saporita. Sapeva di fragole. La feci fuori velocemente. Poi mi assalì la stanchezza e decisi di tornare a casa. Invitai la ragazza al Quartiere. Lei disse che stava col fratello geloso. Ci scambiammo i numeri di telefono, mi posò un bacetto sulla guancia e si congedò. Un buon numero da chiamare nei momenti di solitudine. Un numero, appunto.
Salutai Gaetano, gli altri della compagnia e mi avviai a piedi verso casa. Svoltai sulla Vijzeelstraat, incasinata dai lavori in corso. Un tram chiude le porte, parte. Un paio di tizi scattano via in bicicletta ridendo. Lattine e immondizia dappertutto. La festa evaporava senza fretta.
Durante il passeggio, alcuni isolati avanti, avvenne qualcosa di strano, d’imprevisto. Ebbi la sensazione che le facciate dei palazzi fossero di cartone come la scenografia di un film western: finestre, balconi, alberi, tutto sembrava di cartapesta! Lì lì credetti a una conseguenza dall’effetto alcool/marjiuana. Allora ripresi il cammino di buon passo ma ben presto mi accorsi di restare inchiodato nello stesso posto come su un tapirulant. Cominciai a correre per raggiungere quelle case, quelle che vedevo lì avanti, con tutta l’energia che avevo, ma niente da fare, non avanzavo di un passo! Gesù! Un momento! Cercai di tornare in me. Scrollai la testa e mi diedi una calmata. Non ci capivo nulla. Le case si piegavano in fuori e in dentro come se ballassero la danza del ventre. Le luci esplodevano accecanti e prismi colorati a forma di fiore mi rigiravano intorno come farfalle. Sulla mia testa esplodevano fuochi d’artificio che si marmorizzavano nel cielo restando appesi come ragni colorati. In strada non c’era una persona né un’auto né un tram. Tutti scomparsi, sfumati, dissolti. Eppure la Vijzeelstraat era trafficata due istanti prima! Che fare? Proseguire era inutile. Tornare indietro non se ne parlava. Rassegnato mi misi ad osservare le luci girarmi attorno come uno sciame di api impazzito. Si trattava di uno spettacolo incredibile. Quelle iridescenze avevano forma di margherita, girasole, melograno, dipinte in colori vivaci. Alcune di esse si liquefacevano per aria come cascate di arcobaleni a seconda del mio sguardo. Se lo concentravo verso il basso vorticavano verso destra. Se guardavo verso l’alto muovevano verso sinistra. Eppoi ancora, esseri che danzavano, fluttuavano, con forma di animali e insetti come se mi trovassi in una fantasmagorica giungla!
Chissà per quanto tempo restai ipnotizzato davanti a quelle forme fluide. Forse un minuto, forse ore intere, chi può dirlo. Di certo rassomigliavo allo scemo del paese che guarda l’asino volare con la bocca spalancata!
Quando finalmente una parte dell’effetto allucinogeno svanì, mi concentrai sulla via del ritorno. Allora, Santiago bello, ragiona. Agli angoli delle strade c’è l’indicazione blu con il nome della strada, ricordi? Trovata una sarà uno scherzo tornartene a casa. Avanti, su. Seguii il muro palmo per palmo. Lo seguii per un pezzo. Non finiva mai. Camminai per cento kilometri, forse duecento, finchè arrivai su un ponte. La luce diafana della luna si rifletteva nel canale come latte. La superficie dell’acqua s’increspò e un solido fiotto si levò nel cielo fino a bagnare le stelle. Il dorso nero di una balena scivolò elegante nell’acqua finchè la grande coda si sistemò in verticale e scomparve dritta nelle profondità del canale. Mi emozionai. Superai il ponte e arrivai in una strada tranquilla. Silenziosissima. Le pareti delle case dovevano essere di cotone idrofilo o tutto il quartiere era finito sotto un bicchiere capovolto. All’angolo scorsi un’insegna blu. Era piccola come un pacchetto di sigarette. Non riuscivo a leggere nulla. Senza perdere tempo allungai il collo fino ad arrivare a leggerne l’indicazione, proprio come avrebbe fatto una giraffa in cerca delle foglie più alte tra i rami di un baobab. C’era scritto: Herengracht. Potevo essere dovunque su Herengracht. Allora tirai a sorte: uscì direzione sinistra. Dopo alcuni kilometri di faticoso cammino, dato che i miei piedi affondavano nella strada, sbucai di fronte a un Maoz, il rivenditore di kebab. Lì sulla destra il campanile di Munt plein e il mercato dei fiori. Gente, finalmente gente per strada e tram, auto, biciclette, donne, uomini, vestiti come se venisserro fuori da una cerimonia importante o che so io. Anche chi pedalava in bici indossava giacca e cravatta e i poliziotti dirigevano il traffico in smoking. D’un tratto si fermarono tutti e dal McDonald’s venne fuori una coppia di sposi alla guida di un hamburger con le ruote. Presero la via del centro tirandosi dietro scatolette di cibo per gatti. Attraversai la Rokin (Dio sa come) e presi la scorciatoia che portava all’università. Ero in grado di riconoscere la strada come se avessi ritrovato di colpo la memoria. Tra gli alberi erano cresciuti funghi giganti alti venti, forse quaranta metri, simili a quelli descritti nel Viaggio al centro della terra. Non m’avrebbe stupito incontrare uno pterodattilo o un pachiderma zannuto voltato l’angolo. Invece incontrai un barbone che tentò di rifilarmi una bicicletta rubata. Lo riconobbi! Era lo stesso barbone che mi aveva venduto due volte la mia prima bicicletta. Fui tentato di strappargliela di mano e fuggire via, ma ero talmente I love you che lo salutai cordiale passando oltre. Finalmente sulla Oudezijds Voorburgwal. Credevo di essere a due passi da casa invece arrancai altri cento, forse trecento kilometri incontrando pappagalli, delfini, scimpanzè sguaiati, tra palazzi addobbati come luna park, donne in bikini, e urla, risate, gemiti, chiasso, il rosso, il blu, e il giallo che si mischiavano insieme, finchè in lontananza mi apparve il disco scintillante di un sole di mezzanotte. La mia stella polare: l’insegna di Febo. Ero a casa.
Mia nonna mi raccomandava sempre di non accettare caramelle dagli sconosciuti. Figurarsi un pezzo di torta.
Il giorno dopo la Festa della Regina piovve a dirotto. Tornammo coi piedi per terra. Quel giorno di sole e spensieratezza era stato un regalo degli Déi alla regina. Le persone potenti si sa, fanno il bello e il cattivo tempo. La vita per noi impiegati al call center ricominciava monotona. Lunedì. Martedì. Mercoledì. Giovedì. Venerdì. Weekend. Lunedì. Martedì. Mercoledì. Eccetera, eccetera.
lunedì 31 marzo 2008
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento