IX
Si dice che il Quartiere sia pericoloso per via dei junkies, i barboni strafatti di crak. Io sono venuto su a Castellammare di Stabia nel tempo in cui c’era il Far West e ne ammazzavano un paio al giorno. Si andava in giro col timore di essere uccisi per caso, di essere picchiati senza motivo, scippati del motorino o degli occhiali da sole. Quelli all’opera dalle mie parti erano crudeli, spietati, e se ne fregavano di tutto. Feccia a cui non era possibile guardare sbieco che venivi aggredito selvaggiamente senza motivo. Ribellarsi era impossibile. Chi alzava la voce cercando giustizia veniva posto in minoranza dagli stessi cittadini che per pararsi il culo si alleavano ai bastardi con infamia. E chissà come dal giusto si passava dalla parte del torto. La città era in mano alla delinquenza non solo economicamente ma soprattutto socialmente. Crescere in un ambiente simile forgia un ragazzo a una certa maniera. Io so bene cosa sia la delinquenza. Un marchio che mi porterò per sempre dentro. Il marchio sudicio della camorra.
Per questo quando guardo all’opera i pericolosi junkies afferro che si tratta di un pugno di sciancati cagasotto. I junkies che pascolano al Quartiere a confronto dei camorristi sono dei conti, dei marchesi, vengono dell’alta società. A me fanno tenerezza mentre raccattano una cicca per una fumata. Magari la gente perbene osservandoli così sporchi e malandati crede di avere a che fare con pericolosi assassini e li evita intimorita. Al contrario basterebbe attraversarli battendo le mani e fuggirebbero via come uno stormo di piccioni.
Troppo spesso l’uomo si fa un’idea sbagliata delle cose. Specie quando questo qualcosa è brutto e fa schifo.
Allo stesso modo ho afferrato che la tolleranza ad Amsterdam è solo un paravento bene sponsorizzato.
Come sono educate le persone del Nord Europa. Che stile. Che classe hanno. Mai una parola fuori posto, mai un accenno di sopraffazione, mai fuori dalle regole. Che brava gente, vero, gli olandesi! In Olanda tutto fila via liscio. Si rispettano le code, i mezzi di trasporto sono impeccabili, in banca vieni accolto come in albergo, si fa la raccolta differenziata, e sopra ogni cosa la popolazione coesiste in pace con etnie emigrate da mezzo mondo col loro carico di tappeti, baffi neri, donne col velo, negri, italiani e tutto il resto del baraccone. Un bell’esempio di civiltà. Così dicono tutti.
Eppure, io ci vedo del marcio. I conflitti mi balenano sinceri. Devo solo metterli in fila come le pedine del domino. Non che sia uno scienziato convinto di aver scoperto la verità, e nemmeno ho voglia di mettermi lì a puntare il dito come un bacchettone, solo che alcune cose mi puzzano e le faccio presenti. Pensieri che non resisto a tenere dentro. Insomma il fatto è questo. Al centro di Amsterdam vive un popolo composto da mille razze ed epidermidi. Sono i giovani forestieri che lavorano nelle multinazionali, gli studenti universitari, gli allievi dei corsi internazionali e via discorrendo. Ce n’è per tutti i gusti: neri, bianchi, gialli, latini, ebrei, musulmani, di qualunque estrazione sociale e provenienza. Affianco a questa moltitudine eterogenea ecco i biondi e alti giovani olandesi, i paesani, quelli che governano il paese e si arricchiscono commerciando bulbi e investendo in immobili. Un luogo di tolleranza e opportunità. Questa è l’idea che tutti si fanno della città.
Facciamo caso di spostarci verso la periferia e le cose cambiano radicalmente. Entriamo nei ghetti. Gein e Bijlmer sono quelli dei negri. Poi come tante polis attorno al nucleo sorgono i satelliti turchi, marocchini, arabi. Lì stranamente non vivono olandesi alti e biondi né gente internazionale. Si tratta di specie estinte come i dinosauri. I superstiti di pelle bianca sono i poliziotti. E non è stato il governo a mandare tutti i negri in un posto o tutti i marocchini in un altro. La causa di questo movimento costretto è frutto di una selezione naturale. Gli immigrati a forza di cose si sono rifugiati dove hanno potuto permettersi il pigione e insieme a quelli del proprio paese hanno creato un micromondo, circoscritti in un diametro più o meno ampio, in cui manifestare la propria diversità, professare la religione, dar luogo alle tradizioni, le usanze, in modo da stemperare la malinconia. Questi ghetti (dei paradisi paragonati ai quartieri popolari napoletani) sono circondati da mura invisibili e invalicabili per gli olandesi alti e biondi e la gente internazionale. Loro non frequantano mai i ghetti. E nemmeno io. Molti ne ignorano perfino l’esistenza. Stanno lì. Come dei tumori benigni. E finchè non rompono i coglioni e lavorano tutto bene. Ma se si tratta di mescolarsi con loro, viene dura. E molto.
In conclusione, questa città che tanto sfoggia civiltà ed educazione, è uguale a tutte le altre città, in cui il diverso fa paura. La gente è sola. Dovunque si vada. L’uomo è una bestia sociale più per paura che per sentimento.
mercoledì 9 aprile 2008
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