venerdì 20 giugno 2008

XI

XI


A maggio il mondo è bello e invitante di colori, canta a ragione Jovanotti. Beh, qui ad Amsterdam la primavera è umida, piovosa, e senza riguardo per le rose e le margherite che sbocciano profumate nei campi verdi di mezza Europa. Cappelli di lana e cappotti. Vento freddo e geloni alle mani. Ecco cosa ci tocca a noi residenti in Olanda alle soglie dell’estate.
Nei rari giorni di cielo azzurro e sole splendente nessuno rimane in casa. Come lucertole incameriamo anche una flebile stilla di calore custodendola avidamente. Questa scorta d’energia fa bene. Una bella giornata rinnova lo spirito della città. La musica si sparge nell’aria. La musica è ovunque. Swing maliziosi s’arrampicano nei bar, nelle piazze, anche lo sferragliare del tram diventa musicale. Pedalando in bicicletta si vedono i ragazzi portarsi dietro contrabassi, chitarre, clarini, trombe, sassofoni, pianole, e molti altri se ne incontrano al parco dove prende piede la jam session.
In città ci sono diversi posti in cui si danno appuntamento i musicisti, quando anche a noi lavoratori è concesso ascoltarli. Uno di questi è Alto Cafè. È un buco, piccolo e fumoso. Non gli daresti un soldo se non fosse che di lì passano i migliori jazzisti della città, quelli che probabilmente hanno già suonato al Bimhuis, ma ne hanno ancora voglia e vengono all’Alto restandoci fino a notte tarda, sudando e suonando mentre noialtri buttiamo giù birra. L’Alto Cafè è un posto in cui mi rifugio quando ho voglia di starmene per conto mio tra la gente. Puoi startene per conto tuo a casa o tra la gente. Sono forme di solitudine identiche.
Shina durante la settimana impiegava il tempo sdraiata sul divano a guardare la Tv, fumare canne e bere vino. Non tanto, solo mezza bottiglia. Quella sera le chiesi di farmi compagnia.
- Ti va di venire in un locale jazz?
- Non lo so, Santiago, domani lavoro.
- Anch’io domani lavoro. È solo per svagarsi e prendere un po’ d’aria. Ci divertiremo te lo prometto.
Shina si convinse. Mise su un paio di jeans aderenti e un maglioncino nero a collo alto. Aveva un buon profumo. Cambiò aspetto. Era carina. Montammo in bici e avviai a pedalare spedito tra le viuzze del centro con Shina seduta sul portapacchi.
- Come fili veloce. Le conosci bene le strade di questa città. - disse.
- Vivo ad Amsterdam da sei mesi.
- Pensa, io da un anno, e non so nemmeno dove siamo.
Con la bicicletta avevo girato la città in lungo e in largo esplorandola senza traffico e senza pericoli. Ormai conoscevo scorciatoie che mi portavano sempre dritto alla X.
Arrivammo a Leidseplein dopo alcuni minuti. Misi la bici alla catena ed entrammo all’Alto Cafè. Prendemmo posto a un tavolino non lontano dal palco. Shina rullò una canna di fumo. Io andai al banco e ordinai due birre. Avviammo a conversare mentre aspettavamo la band.
Lentamente dal viso di Shina parve dissolversi quell’angosciosa espressione che la invecchiava. E io la guardavo come non l’avevo mai vista prima: Shina era una bella ragazza.
Il gruppo salì sul palco. Sistemò gli strumenti, si guardarono per intendersi, e one… two… three… attacarono con un blues armonico. Il cantante era un negro longilineo dai muscoli fibrosi. Partì di slancio. Si muoveva sul palchetto come un divo facendo tremare le gambe, mimando mosse di breakdance e non stava fermo un attimo lanciandosi il microfono da una mano all'altra come fosse bollente. Avresti detto ch’era buffo, ridicolo con quelle moine da bulletto, eppure qualcosa in lui lasciava di sasso. Un’energia selvaggia difficile da trovare in giro. E lui lo sapeva bene. Per questo si permetteva quelle sceneggiate. Ai fenomeni perfino il ridicolo viene tramutato in eccentricità.
Dopo alcune modulazioni vocali fece una piroetta e puntò il microfono al chitarrista il quale non esitò lasciandosi andare in un assolo vigoroso. Teneva la chitarra poggiata sulla pancia come una gatta e l’accarezzava con gli occhi chiusi. Spontaneamente avviò a raccontarci una storia sulla Louisiana. Una storia nera. Di notti afose, colpi di genio, fantasia. Un’estate torrida dove la spiga viene affossata dall’umidità. Il canto blues dei creoli in marcia, possenti come un bosco di legname pregiato, si sparge tra i campi come concime fresco rinvigorendo i fusti, sollevando dall’apatia il raccolto. Il sacrificio, andava dicendo, è la dimora della fecondazione. La musica salva dalla povertà, libera dalle catene di piombo. La fame del Sud si sazia con le vibrazioni non con il lavoro; la speranza, la via d’uscita alla disgrazia, è qui distesa sul mio stomaco.
Questo andò raccontando mentre si srotolavano via le immagini di ampie distese americane. Che genio amico! Questa si che è musica! Il chitarrista sgranò gli occhi e si ritrovò di nuovo in sala mentre noialtri con la lingua di fuori ci spellavamo le mani. Bravo! Bravo! Bravo! La temperatura all’Alto salì di colpo. Cominciammo a muovere il culo dagli sgabelli, a fischiare, ordinare birra, fumare tabacco. Il locale andò saturandosi di fumo e atmosfera.
Il cantante fece roteare ancora il microfono, si lanciò in alcuni passi di tip-tap, alzò il braccio alla sua sinistra come un lanciatore di baseball indicando il pianoforte. Il pianista afferrò al volo l’invito. Partí spedito. Era bianco lui, l’unico del gruppo. Suonava tension con una postura dritta mentre le mani sussultavano sui tasti. Il pianista aveva raccolto l’eredità della chitarra e ne seguiva la ritmica agilmente. Saliva gli scalini di una torre che giravano in tondo; sound sofisticato, estroverso, figlio di numerose letture e studi alla ricerca del talento. Cervello per l’improvvisazione. Tasti come mattoni, pensieri come pallottole, fino alla cima stessa del suono. Si tramutò in un acrobata alle prese con un volo superbo, capace di sedurre l’anima, quell’anima che in maniera elegante riduceva in minuscole schegge di ghiaccio. Trasportati fino alla cima della torre ci venne incontro una fresca brezza musicale. Scorgemmo allora l’intera vallata e tutto quello ci stava intorno, il fiume, il cielo, la foresta. Partì un lungo applauso mentre il pianista restava immerso nei tasti.
Poi, improvvisamente, come un salto nel vuoto, un silenzio irreale. La brezza del piano lasciò il posto alla quiete ombrosa del basso. Il contrabbassista era spuntato fuori dal nulla, nascosto com’era dallo strumento. Si trattava di un colosso di due metri che pizzicava con decisione le grasse dita sulle corde, bianche e spalancate come i fanoni di una balena. Seguí la rotta segnata dagli altri due, ma in direzione opposta. Ora non si andava verso il cielo. Si planava velocemente nelle profondità stesse del suono, nell’intimo sottosuolo. Il sound si tramutò negli echi soffusi di una caverna; le note volavano via come il battito d’ali del pipistrello alimentando nel petto una vibrazione interminabile; il suono filtrava tra le costole, penetrava la carne, lo stomaco, le interiora, fasciando l’anima, avvolgendola di onde solide, bardandola in una morsa pastosa, densa come sangue. Nella penombra della sala arrivammo fino al centro della terra battendo il tempo con i piedi. Nel momento in cui il capobanda rullò il microfono per cambiar rotta, il colosso diede tre colpi decisi alle corde formando una sola matassa d’energia che restò sospesa nell’aria verso il batterista.
Non stavamo più nella pelle. Eravamo seduti in punta alla sedia. Questi qui erano dei fenomeni! Non appartenevano al tempo che vivevano. Erano musicisti del Greenwich Village capitati chissà come nell’Alto Cafè. Se fossero spuntati Keruoac e Ginsberg strafatti d’erba che tenevano il tempo con le dita ci avrei creduto, perchè era giusto così che andavano le cose a quei tempi.
Mentre fantasticavo il batterista attaccò. Non fu un buon avvio. Il ritmo del basso s’era allontanato, quasi sparito dalla sala. Stette sulle sue, il batterista. Ci girava intorno senza trovare la via giusta. Allora in noi montò un alito di disappunto. Si ritrovò di fronte una trentina di persone che restavano col fiato in gola e si aspettavano da lui una sterzata. Com’era possibile che in quel gruppo prodigioso ci fosse una nota stonata?
Fu come se al batterista gli avessimo trasmesso il nostro disappunto. Aggrottò le sopraciglia e ci diede dentro. Lentamente, come un riverbero lontano, il sound prese ad avvicinarsi guadagnando terreno. L’osmosi era compiuta! Corresse il tiro l’amico, e stringendo i denti ferrò una parte delle note rimaste sospese nell’aria, quelle note che riuscivi a tenere a mente, difficili da mandar via. Ora s’intravedeva la sagoma del beat montare dietro di lui, sospesa a un palmo dalla testa, in agguato come una tigre; eccolo, stava per raggiungerlo, il ritmo, il ritmo, batti sul piatto, un solo centimetro, non fermarti, tienilo a bada, mettilo al guinzaglio, domalo! E il beat lo catturò. Quel riverbero lontano divenne un’onda ruggente che irruppe sui tamburi e i piatti, un’esplosione di suono che tirò per aria sassi e sabbia lanciandoli ovunque; un’onda che urlava, ci abbrancava, tornando indietro risucchiata dall’oceano e squassandosi tra le rocce; un’onda che strappava dalle seggiole, mentre i piedi e le mani continuavano a seguire quel ritmo bruciante, travolgente, tà tà, tà tà tush! Non c’era modo di tenerci fermi, perfino i bicchieri si muovevano da soli, tà tà, tà tà tush! Il cantante balzò nella musica al momento giusto e il gruppo ripartì da dove aveva cominciato. Che goduria!
Continuarono senza fermarsi fino a notte inoltrata.
Quando io e Shina venimmo fuori dall’Alto eravamo euforici. Montammo in bici e prendemmo la via di casa. Due pedalate appena e cademmo per terra sfiorando il bordo del canale. Ridevamo, stonati dal fumo e dall’alcool con la musica che ci rimbombava ancora in testa. Le stelle ci guardavano silenziose mentre un sospiro leggero venne da lontano come un baleno di jazz. Ci alzammo ridendo e un istante dopo eccoci a pedalare tra i canali illuminati che accendono l’anima romantica di Amsterdam.
Arrivammo nel Quartiere attraversando i turisti e le vetrine. Entrammo in casa. C’era qualcosa di speciale tra noi quella sera. A un passo dal capitolare. Ma nessuno dei due ebbe il coraggio di afferrarne l’essenza. L’euforia pian piano si tramutò in pudore, malinconia, fino a che il richiamo sessuale scomparve del tutto. Dopo esserci scambiati la buonanotte, io andai a dormire sul soppalco e Shina nella sua stanza.
A Shina girò male. Nei giorni seguenti era sempre d’umore nero e non mi rivolgeva un saluto. Quella magnifica serata all’Alto per lei era già dimenticata. Ci sono volte in cui tutto sembra facile e farlo la cosa più spontanea. Ma non sempre le cose vanno per il verso che crediamo, anche se brucia ammetterlo. Tutto lì. Ma lei aveva la testa dura di una scozzese, e non la pensava uguale.
Un giorno trovai una scatola colorata sul tavolo. Sembrava una scatola di bambole Barbie. Incuriosito diedi un’occhiata. Si trattava di un enorme fallo di gomma provvisto di gel lubrificante. Shina doveva sentirsi proprio sola, pensai. Difatti quella notte rincasò con un tizio. Erano entrambi ubriachi fradici. Il tizio si mise a cantare God save the Queen in soggiorno.
- Hey! Sono le tre del mattino! – gli bisbigliai infuriato.
Dalla balconata del soppalco lanciai un’occhiataccia a Shina. Quella svitata con il dito alla bocca faceva sshhh, sshhh, ma era talmente fatta che si rivolgeva all’armadio. Il tipo smise di cantare e i due andarono in camera. Shina ripeteva: «È un bravo ragazzo, è un bravo ragazzo, però è impotente sai? Poverino… è impotente…». Un attimo dopo i passi pesanti del vicino matto fecero tremare il soffitto. Mise su a palla un grande pezzo, Dazed and Confused.
Non ci fu verso di prendere sonno fino all’ora della sveglia.
Il giorno dopo spiegai a Shina la situazione. Lei secca rispose: - Ok, cercherò di stare più attenta.
- A proposito. Ho trovato questi pacchetti sul tavolo, cosa sono, incentivi per la vendita? - la misi sul ridere.
- Pensavo quella porcheria fosse roba tua.
Mi voltò le spalle e si congedò infastidita.
Da quel momento Shina divenne insopportabile. Tutti i propositi di buona condotta si rivelarono una balla. Rincasava sbronza ogni sera con un tipo diverso facendo baccano non curandosi del vicino. Se ne sbatteva, ecco.
Tra me e lei le cose precipitarono in breve.
Appena fuori dal lavoro accesi il cellulare. In segreteria trovai un messaggio di Jerun, il vicino matto: «Figlio di puttana se canti ancora scendo giù e ti rompo il culo! T’ho avvertito, ti rompo il culo!».
Aprii la porta di casa. Shina era sul divano invasa dal fumo delle canne che guardava la Tv. A terra diverse bottiglie di vino e whisky vuotate. La stanza puzzava.
- Hai saltato il lavoro? – le chiesi.
- Non mi andava. Ho avuto ospiti.
- Non senti il puzzo?
- No, non mi sembra ci puzzi. Forse hai pestato una merda!
Aprii le finestre.
Era deciso, se ne doveva andare.
Dal lavoro le inviai una email in cui le spiegavo i miei motivi. Le offrivo un mese di tempo per trovarsi un altro alloggio. Con me aveva chiuso. Shina rispose immediatamente: «Tanto anch’io avevo pensato di trovarmi un altro posto. Tu sei una barba».
Postai lo stesso annuncio di qualche mese prima. Ottenne lo stesso successo. Ogni giorno almeno un paio di tizi venivano a vedere la casa. Dopo due settimane trascorse a domandare agli aspiranti flatmate se fossero alcolizzati scelsi una grassona finlandese con occhi mansueti e una naturale gentilezza d’animo. Si chiamava Johana.
Prima del trasloco parlavamo poco io e Shina. E quando lo facevamo non ci scambiavamo nemmeno il buongiorno.
- Santiago, quando hai intenzione di togliere dal tavolo quei due grossi cazzoni che hai comprato?
- Quando a te tornerà la memoria!
Shina fittò un appartamento nello Jordan, il quartiere chic, per mille soldi al mese. La casa era un sogno, diceva. Aveva la jacuzzi, il videocitofono e il vicinato non era frequentato da puttane e junkies bensì da gente onesta e lavoratrice. Poi se ne uscì: - Ho degli amici interessati alla camera, vengono a vederla stasera.
- Non farli venire. La camera la fitto a una mia amica finlandese. Sono già d’accordo con lei.
Shina non rispose.
Manco a dirlo quella sera arrivarono i suoi amici, uno spilungone con un cappello da baseball, una zingara, e un tizio bassetto che mi venne subito antipatico. Shina li salutò calorosamente. Mi chiese di sedermi a tavolo con loro e parlare. Fu il bassetto a esporre i fatti. Lo fece col piglio di chi sapeva il fatto suo.
- Loro sono molto interessati alla camera. Sono ragazzi puliti e non hanno grilli per la testa. Gli piace molto il quartiere. Sono disposti a prendere possesso della stanza appena Shina traslocherà. Non ho da aggiungere altro, penso che la cosa sia ok? Affare fatto?
- No, non va bene ragazzi, - dissi netto - la camera l’ho già promessa. È inutile discuterne. Non ho nulla contro di voi, è solo che la parola data va rispettata.
Il bassetto restò in silenzio. Guardò prima me, poi Shina, e con aria turbata s’alzò dalla sedia. Fece cenno alla coppia di andare e loro senza fare una piega lo seguirono uscendo senza salutare.
- Shina mi dici che diavolo succede?
- Niente, risolvo tutto io.
E uscì con loro.

1 commento:

Anonimo ha detto...

troppo bello...veramente troppo bello!!..sembra scritto da bukowski in persona.."Puoi startene per conto tuo a casa o tra la gente. Sono forme di solitudine identiche" spettacolare!..."Con la bicicletta avevo girato la città in lungo e in largo esplorandola senza traffico e senza pericoli. Ormai conoscevo scorciatoie che mi portavano sempre dritto alla X." mi ci riconosco in pieno..e poi la descrizione della band!!! troppo bello...