XII
Nota lieta: con la clemenza di Pluvio s’avviò a frequentare il parco assiduamente. Le giornate si erano allungate al punto che alle nove di sera splendeva ancora il sole, perché eravamo vicino al Circolo Polare e tutto il resto. La temperatura dell’aria si addolciva. Stavamo all’aria aperta e il colorito rinvigoriva.
Il miglioramento delle condizioni meteorologiche restituì nuova linfa alla popolazione che venne fuori da un periodo grigio, come un lungo letargo. In questo tempo favorevole una nuova specie stirò il collo fuori dalla tana ad annusare l’aria frizzante dell’estate, una popolazione rintanata per l’intero inverno si mostrava allegra e vivace: le olandesi in bicicletta. Erano loro ad aver conquistato la città. Le Dee bionde su due ruote. Schiena sinuosa, capelli al vento, sedere ben piantato sul sellino, gambe lunghe a dar decisi colpi di pedale, polpacci pieni come frutti maturi, gonne lunghe svolazzanti, gonne corte depravate, mutandine che apparivano come gemme dalle loro cosce affaticate. Una carovana di bellezza atletica da far ribollire il sangue. Le ragazze avevano voglia di togliersi di dosso il peso dell’inverno, di spogliarsi e darsi anima e corpo a noi uomini eccitati. L’erotismo infiammava le strade di Amsterdam come Nerone aveva fatto con Roma.
Fu grazie a questo cataclisma di eccitazione che mi capitò di uscire con un paio di loro di fila senza sbattermi. Janneke la conobbi al Bourbon street, il locale del rimorchio. Era bionda, alta, con un diamante incassato in un incisivo. Le piacqui e la cosa ingranò. Facemmo l’amore quella sera stessa. Fu bello. E andai oltre. Mi premeva chiamarla per sapere come stava, ogni tanto le regalavo un fiore, e l’accompagnavo fin sotto il portone dandole il bacio della buonanotte. Quando uscivo da lavoro ci incontravamo al parco, e pedalando ci tenevamo per mano ognuno sulla sua bici. Piano piano sentivo rinascere un certo fuoco dritto nel petto. Lei mi chiese di fidanzarci. Io accettai.
Un giorno eravamo al Vondel park stesi su un plaid a prendere il sole. Janneke mi guardò dritto negli occhi e mi fece: «Santiago che ambizioni hai nella vita? Il tuo lavoro ti soddisfa? Ti senti realizzato? Come immagini il tuo futuro?» Mi fece piacere che Janneke s’interessasse a me. Misi da parte quell’assurda abitudine di dire balle e mi confessai sinceramente. Verità che tenevo nascoste dentro chissà da quanto.
Le risposi di essere confuso. Avrei voluto cambiare lavoro perchè mentivo a me stesso tutti i giorni ma non avevo il coraggio di farlo. Il mio futuro lo percepivo incerto, senza punti fermi. Prima non era così. Un tempo ero sicuro di me e di quello che facevo. Prendevo di petto ogni situazione e anche con le ossa rotte ne uscivo sempre fuori. Ora le cose erano cambiate. Una parte di quel coraggio era svanita, lasciandomi inerme al mio destino, incapace di prendere la situazione in mano.
Fin da piccolo, le raccontai, avevo la passione per la lettura. I miei preferiti erano i libri di geografia e scienze naturali. Mi piacevano gli animali e la natura. Poi comiciai a leggere autori come Pavese, Calvino, Stephen King e venne anche a me la voglia di scrivere. Negli anni autori come Céline, Bukowski, Flaubert, erano degli eroi per me. Mi spalancarono le porte sul mondo senza averlo vissuto. Un mondo cattivo. Il mondo degli uomini.
In tutti i modi, terminata la scuola dell’obbligo cominciai a lavorare con mio padre nella falegnameria. Poco dopo mio padre si fece saltare in aria una mano e decisi di smettere. A come ero sbadato minimo ci avrei lasciato le braccia. Fu allora che decisi di assecondare il mio sogno: mi trasferii a Roma per diventare uno scrittore. Lasciai Castellammare senza alcun rimpianto. Sarei tornato per trascorrere la vecchiaia, pensai.
Il primo lavoro che trovai per mantenermi fu in un call center. Guadagnavo il tanto per sopravvivere. Spesso gli ultimi giorni del mese restavo senza mangiare. Ma non mi fregava. In quel periodo c’ero dentro. Scrivevo e bevevo come un dannato preso al guinzaglio dal mito dei miei eroi sbronzi che immaginavo seduti al tavolino di un bar: Kerouac, Cèline, Miller, Bukowski… e facevo di tutto per sedermi con loro.
Trovai un secondo lavoro. Con una rivista on-line chiamata Pickwick. Mi spedivano i libri a casa, li recensivo e mi pagavano quindici soldi ad articolo. Di certo il miglior lavoro mai avuto. Attraverso tutto quel leggere afferrai di che pasta fossero fatti gli scrittori. Una categoria complessa, sai? Non c’è un modello. Ci sono quelli che scrivono per raccontare una storia, un diario; quelli che pubblicano a pagamento arricchendo editori e inondando d’idiozie il mondo; quelli che si danno le arie. Altri invece sono convinti di essere dei dannati e bevono fino a farsi venire il rimorso d’aver vomitato sangue. C’è anche la categoria dei raccomandati. Ne ho recensiti parecchi di cantanti, politici, attori, figli di questo o quell’altro che s’erano cimentati nella scrittura e inviavano lettere di lamentele in redazione a causa dei miei giudizi. Ma se quei libri per me erano merda, cosa avrei dovuto dire? Eppure parecchi di loro sono convinti di essere bravi. Credono di avere talento. Leggendo l’ultimo best seller dicono: «Potrei scriverlo anch’io, e perfino migliore; cos'ho meno di questo mezzasega?». Per fortuna ci sono anche quelli che mille per mille ce l’hanno dentro il talento, non ci sono bluff, hanno la testa quadrata, sono caparbi e credono a ragione che la tenacia sia la strada per migliorare. E diventano scrittori.
Purtroppo da Pickwick non durò parecchio. La casa editrice fallì. Mi restò il call center. Che periodo infelice. Tutto quello che toccavo finiva in malora. Tutto tranne Penelope. Un piatto di spaghetti, un abbraccio mozzafiato e il mondo era perfetto.
(Janneke intanto ascoltava attenta)
Insomma il tempo passava e le cose non ingranavano. Nonostante mi dessi da fare parecchio i miei racconti non facevano sangue. Erano noiosi, sciatti, riciclati; così li definivano. Avevo ormai una pila intera di lettere di rifiuto da parte di editori da mezza Italia, tutti con lo stesso incipit: «Caro Sig. Sanchez, ci dispiace comunicarle che il suo manoscritto non rientra…» e bla bla bla. Non mi diedi per vinto. Continuai a scrivere pur sapendo che in qualcosa sgarravo. Cercai di cambiar genere. Mi diedi all’horror, al noir, al poliziesco, al romantico, scrissi perfino alcuni pezzi pornografici. Poi non ci capii più niente. E tornai sui miei passi. Tornai a scrivere di me. Solo di me sapevo scrivere. Osservavo il mondo, mi disgustavo o ridevo, e trasferivo il casino filtrato sui fogli. Niente. Sempre rifiuti, sempre fuori collana, fuori luogo, fuori dalle palle, e ogni volta i miei sogni si infrangevano contro un bastardo NO!
Scott Fitzgerald ebbe centoventi rifiuti prima di essere pubblicato. Io non arrivai a trenta e mollai tutto. Non ero fatto per scrivere, tutto lì. In anni di pratica non avevo ancora afferrato niente. Semplicemente, non faceva per me. Meglio dedicare il tempo ad altre storie. Poi, beh, ho lasciato perdere Penelope, mi sono trasferito ad Amsterdam, e ora aspetto qualcosa che mi scuota.
Janneke lasciò cadere le mie parole nel silenzio. Mi carezzò la guancia e si mise a prendere il sole.
Quella sera l’accompagnai a casa. Non mi invitò a salire. Ci baciammo. E da quel momento scomparve. Provai a chiamarla decine di volte inutilmente. Il suo cellulare era sempre spento. A casa non rispondeva nessuno. Mi preoccupai. Ero convinto le fosse accaduto qualcosa di terribile. Ero pronto a informare la polizia quando Gaetano mi raccontò che Janneke aveva preso a frequentare un suo collega d’ufficio.
domenica 10 agosto 2008
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2 commenti:
non tutti possono comprendere l'animo umano e in particolare quello dello scrittore...forse solo gli altri scrittori (quelli veri)..anzi nemmeno loro..comunque scrivi bene, ad immagine dei tuoi idoli..ma la storia è andata proprio così?
alessandro, prima di tutto ti ringrazio per aver speso del tempo a leggere il blog.
questo e'il primo commento che ricevo.
si', e' andato proprio cosi'.
il romanzo e' in parte autobiografico.
l'animo umano e' difficle da comprendere, e i maestri ci hanno svelato parecchie carte, che ora a guardarle, e a stare tra la gente mentre parla, servono molto.
rispettosamente
sanchez
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