XIII
La osservavo, seduta in divano, con la tazzina del caffè tra le mani e le gambe accavallate. Indosso una gonna di jeans, un maglioncino di lanetta nero e grossi stivaloni di cuoio. Vera fece in modo che il ricordo di Janneke si dissolvesse in fretta. Vera era una ragazza sensuale. Di quelle che fanno girare la testa. Morivo per le sue labbra dipinte e quegli occhi taglienti dell’est. Era rumena, del resto.
Tra noi era in corso un bel duello. Vera aveva abbassato la guardia, diventando mansueta. Al contrario, osservandola all’opera al Jimmy Ho, il locale alla moda dove c’eravamo conosciuti, era di quelle svampite che hanno inteso come governare gli uomini attraverso il fascino. Di quelle che se le rivolgi la parola senza conoscerti, ti squadra capo a piede e si volta seccata. Di quelle che amano naturalmente un ambiente sociale elevato, come se il loro corpo sodo fosse predestinato ai benestanti e a chi può permetterselo. Ragazze per i più inavvicinabili, insomma. E perché Vera filava proprio me? Perché la trattavo senza quella riverenza schifa che gli uomini deboli ostentano con le belle donne, tipo cane bassotto e tutto il resto. Da parte mia non le badavo ed evitavo smancerie. Pane al pane e se c’era da dirle qualcosa glielo dicevo dritto in faccia mostrando gran temperamento. Fu così che la conquistai. Chiedendole di farmi spazio sul divano. A queste signorine chic piace qualcuno che le tenga testa. Bisogna avere polso. Ed eccoti accontentata.
Il gioco delle parti è meraviglioso. Mi dovrebbero dare un oscar ogni volta che riesco a convincere qualcuno che sono esattamente il tipo che cercano.
Avviammo a parlare di stupidaggini, seduti sul divano fronte al canale. Non le toglievo gli occhi di dosso. Lei ricambiava. Jerun era via. E senza Shina tra i piedi mi godevo la casa.
Misi su della buona salsa. Cominciammo a ballare per il salone. Ci rincorrevamo, saltavamo sui divani, ci lanciavamo i cuscini, mentre continuavamo a ridere.
Non mi comportavo così da un mucchio di tempo. Di solito andavo dritto al sodo. Mi rendevo conto di perdere il meglio dalle ragazze. Il sesso è l’arrivo, non la partenza.
Alla fine me la ritrovai tra le braccia. Stretti l’uno all’altro respiravamo col fiatone, così, senza dir nulla. Le carezzai la guancia, lei chiuse gli occhi e lentamente ci avvicinammo per baciarci. Le sue labbra si dischiusero per accogliere le mie, un attimo prima di toccarsi la serratura scattò rumorosa, Tlock-tlack!
La porta di casa s’aprì. Apparve il bassetto, l’amico di Shina. Si mise le braccia ai fianchi, prese fiato e tuonò: - Loro restano qui stasera!
Lasciai perdere Vera e gli andai incontro.
- Esci fuori e dammi le chiavi di casa.
- Io non ti do proprio niente. Entrate ragazzi.
Prima che potessero mettere piede in casa mi avventai sul bassetto con il pugno alzato pronto a menargliele. Vera mi s’attaccò alle spalle. Lo spilungone si mise in mezzo dividendoci.
- Calmati! Non fare stupidaggini! - supplicò Vera.
- Sto qui ha le chiavi di casa e non devo incazzarmi?
- Noi abbiamo regolarmente pagato l’affitto, se è per questo. - fece il bassetto.
- Ma noi chi?
- Loro! – e indicò la coppia.
- Come pagato?
- Abbiamo pagato a Shina un mese di affitto e la caparra. La camera è nostra a tutti gli effetti.
Afferrai il cellulare e chiamai quella pazza.
- Che sta succedendo qui, me lo puoi spiegare?
- Santiago io non ne voglio sapere niente. Ho già sopportato lo stress del trasloco e voglio rilassarmi. È venuto a trovarmi mio fratello, l’avvocato. Non potevo certo portarlo in quel quartiere disgustoso. Nello Jordan si sta benissimo. Sono felice.
- Ti avevo spiegato che la camera l’avevo già fittata.
- I ragazzi mi hanno dato i soldi di un mese e della caparra. Per me restano lì.
- Ma che cazzo dici?
- Non alzare la voce, Cristo! Perché mi chiami puttana! Perché mi stai offendendo! Io non ho usato questi termini nella discussione!
- Cosa dici?
- Mi hai chiamato puttana, non me lo merito!
- Io non t’ho mai chiamato puttana.
- Oh sì che l’hai fatto! Mi hai chiamato puttana! Sto registrando la conversazione. Mio fratello è un avvocato e appartengo a una famiglia molto potente. Tu mi hai chiamato puttana. Ti sei messo nei guai, Santiago. Ti sei messo in guai seri. Fai entrare i ragazzi altrimenti chiamo la polizia. Fai entrare i ragazzi dentro casa altrimenti chiamo la polizia.
Era completamente fuori di testa.
- Shina i ragazzi sono dentro casa. Avevano le chiavi.
- Sono in regola loro, io ho ricevuto i soldi. Falli entrare.
- Ma tu non avevi il diritto…
Lanciò un urlo tremendo.
- Shina hai ragione. Calmati. È tutto a posto. Tutto è risolto. Siamo felici. Ora ci mettiamo il pigiama e andiamo a dormire.
- Bene.
- Sì. Bene.
- Salutameli.
Attaccai. E rabbiosamente buttai il cellulare nel canale. I ragazzi mi guardarono turbati.
- Portate le valige in casa. Per questa sera restate qui.
- L’hai capita! – fece il bassetto.
Vera se ne andò contrariata dicendomi: - Buona fortuna. Ne hai bisogno.
Appena uscì ascoltai grugnire. Proprio un grugnito di maiale.
- Ehi, quello era un grugnito! Mica avete bestie con voi?
- Non è una bestia. È un maialino nano. Si chiama Baby. - fece lo spilungone.
Aprì una cuccetta per gatti e liberò Baby, che per la contentezza di vedermi prontamente pisciò sul parquet.
Il cerchio era chiuso.
Quella notte non chiusi occhio. Chi avevo fatto entrare in casa? Qualcosa, tuttavia, mi diceva che avevo fatto bene a sistemarli. Quei due avevano delle facce spaesate. L’importante era sopravvivere fino al mattino.
Il giorno dopo tornai da lavoro e parlai con lo spilungone della questione. Gli spiegai il disastro montato da Shina. Non potevano restare un mese. Quel fine settimana la finlandese avrebbe preso possesso della camera. Lui capì senza fare storie. Avrebbe cercato un altro posto, semplicemente. La cifra anticipata a Shina l’avrebbe di certo avuta indietro, bastava parlare col bassetto, disse, era lui in contatto con Shina. L’avevano conosciuta la sera prima di incontrarci in un pub. Shina gli aveva promesso la stanza senza aggiungere altro. I ragazzi le avevano creduto, dato che non sapevano dove andare.
Preparai un caffè, ci sedemmo sul divano e ci conoscemmo con calma. Lo spilungone si chiamava Miro, la ragazza Stella. Miro era figlio di acrobati. La famiglia di Stella portava in giro per Praga un teatrino di marionette. Tra le due famiglie esisteva un odio profondo. In passato c’era scappato anche il morto. Suo padre poco prima di partire per l’Olanda gli prese cinquecento soldi dai suoi risparmi. Lo aveva fatto per il suo interesse, diceva, altrimenti la zingara glieli avrebbe portati via. Fecero a botte ma i soldi non li rivide più. Miro e Stella sognavano di mettere su un teatrino di marionette tutto loro e girare l’Europa. Per campare adesso cercava lavoro come carpentiere.
- Pagano bene in Olanda come carpentiere. – disse gagliardo.
Avevo un mucchio di recapiti di agenzie di lavoro interinale. Trascrissi su un foglio quelle che potevano interessarlo. Miro mi ringraziò e ci stringemmo la mano. Miro somigliava a Zampanò.
Un giorno incontrai Vera per strada. Dovetti correrle dietro, parve evitarmi di proposito.
- Stai attento che ti rubano in casa. Io la conosco a quella gente lì. Sono dei miserabili.
- Vera stai tranquilla. Sono delle persone a posto.
- Non li hai cacciati di casa?
- No.
- Hai fatto male.
Vera non venne più a prendere il caffè a casa mia.
Era il trentuno luglio. Tornai a casa dal lavoro dopo una giornata massacrante. Miro e Stella erano andati via. Sul tavolo nell’ingresso trovai il cappello da baseball di Miro e un biglietto: Thanks Santiago. Miro e Stella.
Neppure loro rividi più.
lunedì 13 ottobre 2008
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