lunedì 13 ottobre 2008

XIV

XIV


In ufficio mi ero dato per malato.
La testa mi sbatte forte. Mi alzo dal letto, apro il frigo, e attacco al vasetto di marmellata. È un buon rimedio quando stai di schifo a via dell’alcool. Quattro cinque cucchiaiate e svaniscono nausea e mal di testa. Butto giù la marmellata col succo d’arancia, poi m’infilo di nuovo a letto.
Sotto al cuscino trovo un compact disc e un biglietto con su scritto: Chiamami presto. Alexandra. Chiamami presto? Non ce l’avevo mica il suo numero né tantomeno lei il mio. C’eravamo conosciuti al Bourbon Street, lo stesso posto in cui conobbi Janneke. Il locale del rimorchio. Alexandra era membro di un’associazione che raccoglieva fondi per la causa palestinese. Aveva lunghi capelli sottili e un viso innocente e ottimista. Alexandra sognava la pace tra israeliani e palestinesi. Per questa ragione indossava spillette con slogan pacifisti e organizzava meeting d’informazione in giro per Amsterdam. Alexandra era una tipa in gamba. Parlammo per ore della questione. Il nocciolo era quello. A muovere le guerre, le devastazioni ecologiche, i disastri, sono i soldi. Che a scannarsi siano ebrei, negri, bianchi, o musulmani poco importa. L’avidità appartiene all’uomo. Hai voglia a tirare in ballo la religione, la politica o chissà cos’altro; si alza il culo dalla seggiola per interesse, altrimenti meglio restare davanti la Tv a guardare il varietà.
Dopo aver scoperto che l’acqua si scalda col fuoco, e che avevamo argomenti in comune, la feci accomodare sul portapacchi della bici e venimmmo alla casa nel Quartiere.
Il cd è Space Oddity di David Bowie. Lo metto su e resto sdraiato nel letto con le mani dietro la nuca a guardare il soffitto. Infelice. È da un po’ che una serata del genere mi fa male. Poche storie. Ho piacere a stare con le ragazze, parlare degli interessi, dei sogni, farci sesso, eppure non provo niente per loro. Né affetto né gratitudine. Non riesco a sfondare l’ultimo muro di resistenza. Non riesco a darmi veramente. A ritornare a unirmi. M’importa soddisfare la mia voglia sessuale ricercando carne da addentare, masticare e dopo averne gustato il succo, sputare. Stop.
Realisticamente, sono io stesso a non sapere più come amare. Mi sto disabituando a dare affetto, ecco. Con questo tipo di approccio ho smesso d’interessarmi del loro e del mio cuore. E col passare del tempo mi rendo conto che il calore trasmesso durante questi rapporti esprime lo stesso di una lampada al neon: sintetico e freddo. I brividi caldi della passione andavano lentamente appassendo. Quella troia di Janneke è stata l’unica a cui m’ero affezionato. Ed è bastato esserle sincero una sola volta per farla scappare via. Allora stanco di avere a che fare con i sentimenti, preferisco contare sulla discreta quantità di trucchetti per approcciare una ragazza esclusivamente per chiavare, anche se il giorno dopo mi ritrovo triste nel letto con le palle svuotate.
In tutti i modi, la questione non è così semplice da risolvere. Ci sono dei momenti nella vita in cui trovarsi una ragazza è come andare alla ricerca della felicità. Come si fa a ricercare la felicità. La felicità è uno stato d’animo conseguenza di uno stile di vita positivo. Quello che credi il migliore per te. Io che lavoravo in un posto che non mi piaceva, ero lontano da casa, subivo un’estate tremendamente piovosa, non avevo un soldo in tasca, come diamine avrei potuto innamorarmi di qualcuno? Avrei preferito ammazzare piuttosto.
Insomma, accantonata la questione mi faccio una doccia. Entro in cucina gocciolando. Il lavello è ottuso da una catasta di stoviglie sporche. Pesto un pomodoro secco. La metà del mio frigo è vuota. L’altra metà, quella riservata a Johana, è carica di cibo non commestibile. I finlandesi hanno gusti tremendi nel mangiare. Andrebbero avanti a burro e patate se non gli fai notare che sugli scaffali c’è tant’altra roba.
Non potevo andare avanti tutto il giorno a succo d’arancia e marmellata. Stirai una camicia pulita, la indossai, misi la giacca e uscii di casa.
Pioveva. Dopo un breve periodo di sole e tepore eravamo ricaduti in un clima autunnale senza senso per me. Era agosto! Il cielo da settimane era sporco come i cumuli di neve vecchia ai lati della strada. Ma chi ci faceva più caso ormai. Il blu del cielo s’era ingrigito in una timidezza impenetrabile e buonanotte. In effetti da quando ero arrivato ad Amsterdam non si era mai rovesciato alcun acquazzone seguito da giorni di cielo azzurro. Anche dopo un violento nubigragio al massimo l’intensità della pioggia si affievoliva continuando a cadere leggera.
Chiedendo in giro quello vissuto non era un annus horribilis, come sospettavo. Si trattava purtroppo della norma. Alle persone quindi non fregava di passeggiare sotto la pioggia in agosto senza ombrello infradiciandosi. Sguazzava nel loro ambiente naturale.
Arrivai al mercato di Albert-Cuyp. Tanta gente tra le bancarelle con la bici al fianco.
Mi fermai dal pescivendolo, acquistai vongole italiane. Più avanti presi rucola, spinaci, melanzane, pomodori, e prezzemolo. Le verdure provenivano da Spagna, Grecia, Portogallo. Da un venditore di formaggi presi del Gouda olandese. Al mercato c’è di tutto. Una forma di globalizzazione che mi va a genio, con buona pace di Alexandra o chi per essa.
Proseguii per le bancarelle bicicletta alla mano con le buste appese al manubrio: il mulo olandese.
Il mio amico stava suonando. Pioggia o sole all’angolo tra V.d.Helstrstraat e Albert-Cuypstraat la sua musica rallegra l’aria e le voci. Suonava un contrabbasso usurato, scheggiato, picchiando col piede un cembalo per imprimere ulteriore spinta al sound. Cantava Falling in love. I passanti schioccavano le dita. Con la sua musica riusciva a tirare fuori un pezzetto di allegria alle persone, e ciò era da segnalare come prodigio assoluto. Vestiva un pantalone elegante, camicia bianca, panciotto, e il papillon colorato. Trasmetteva allegria sincera. Non era interessato ai soldi precipitati nel fodero. A lui piaceva proprio star lì in strada a suonare. Non fingeva né voleva fregarci, ecco. Era la sua passione e la rimandava intatta.
Io e lui non ci eravamo mai parlati. Mi mettevo lì, seduto sulla bici, e lo osservavo suonare. L’unico gesto d’intesa che ci scambiavamo era un lieve inchino con la testa. Per me valeva più di tante parole sprecate a capire, a farsi capire, a darsi da fare per capire. A modo nostro infatti ci comprendevamo, e non contava altro.
Quando il pezzo terminò lasciai cadere delle monete nella custodia e lo salutai.
Tornai verso casa. Misi la bicicletta alla catena ed entrai. Mi tolsi le scarpe, posai la spesa sul tavolo e feci partire il cd di Bowie.
Johana era tornata in Finlandia per le vacanze di Natale. Johana era una ragazza tranquilla, immacolata come la neve che nella sua anima doveva essere caduta da poco. Perfino Jerun aveva smesso di mettere gli Zep all’alba.
Comiciai a preparare il sugo con le vongole.
Alle volte fantastico di crepare come Tognazzi nel film La Grande abbuffata ingollando una pentola di patè. Altre mi chiedo dove sono andati a finire registi come Ferreri, attori come Mastroianni e perché il cinema italiano è diventato noioso e interpretato da attori senza personalità.
Squillò il telefono. Era un collega del call center.
- Santiago ho brutte notizie. Oggi in ufficio hanno detto che il mese entrante chiuderanno il dipartimento.
- Seeh, dai non scherzare, ho le vongole sul fuoco.
- Ci vogliono mandare in Scozia. È lì che trasferiranno l’ufficio. Io ci sto pensando.
Non era il tipo da fare battute. Pochi dubbi. Avevano deciso di chiudere bottega e cambiare aria.
- Dicono che ci pagano il viaggio aereo, l’affitto e la paga è buona.
- Se trasferiscono gli uffici in Scozia è per risparmiare. Non hai sentito parlare degli sgravi fiscali che regalano i governi? Funziona così. Le multinazionali o si spostano in un paese in cui pagano poche tasse o in cui la manodopera è a basso costo. Guarda cosa succede in India, in Indonesia e in Sri lanka.
- Ricordi il gruppo di indiani che ha seguito il training un paio di settimane fa? Pare che siano bravissimi e hanno grande spirito di sacrificio. Così ho sentito dire. È per questo che ho deciso di andare in Scozia. Almeno lì un lavoro ce l’ho. Non si può mai sapere.
- Almeno lì un lavoro ce l’hai.
- Giusto.
- Ho le vongole sul fuoco. Devo andare.
- A lunedì.
Riattaccai.
Quando la cottura fu al dente scolai la pasta, la saltai nel sugo e mi misi a tavola. A fine pasto mi steccai un bicchiere di rosso e del Gouda.
La pioggia ticchettava alle finestre come un gatto che chiedeva di entrare. Lo lasciai fuori.
Non sarei andato in Scozia e a breve avrei perso il lavoro.
Mi stesi sul divano. Tolsi il segnalibro e ripresi a leggere Voyage au bout de la nuit. Ero al punto in cui il medico speranzoso Bardamu, sbarcato a New York in pieno periodo fordista, viene sbattuto coi piedi per terra da un collega che gli fa presente: «Qui non abbiamo bisogno di intelligenza, abbiamo bisogno di scimpanzè!»

1 commenti:

alessandro ha detto...

ma perchè non metti qualcuno di questi brani sul blog di ozoz e gli fai vedere cosa vuol dire scrivere a qualcuno di quei presunti scrittori?
comunque, sembra bello vivere ad amsterdam...prima o poi ci andrò..
complimenti ancora