VI
Il primo aprile un sole itterico venne fuori timido a scaldarci le sopracciglia e nulla più. Mi trasferivo nella casa al Quartiere Rosso e quel raggio di sole, seppur sfiancato, simboleggiava qualcosa d’importante: la luce mi benediva.
Preparai il sacco, scesi in strada e mi avviai alla fermata del tram. Le chiavi dell’appartamento le buttai nel primo canale incrociato. Pluff! Appena scomparse in acqua mi sentii sollevato come se si fosse spezzato un sortilegio.
Presi il tram e smontai a piazza Dam. Quattro passi e mi trovai sulla Oudezijds Voorburgwal. Shina era lì che aspettava sull’uscio. La salutai. Aveva tre grosse valige e uno zaino. Doveva essere arrivata in taxi, lei. Parlammo del più e del meno, tanto per dire qualcosa, poi non perdemmo altro tempo ed entrammo.
La luce filtrava sostanziosa dalle altissime finestre del salone facendo splendere il parquet tirato a lucido. Sul tavolo nell’ingresso un mazzo di fiori freschi profumava l’ambiente. Fu una bella accoglienza. Avevo comprato una bottiglia di rhum per l’occasione: Matuzalem 7 años. Presi dei bicchierini dalla credenza e avviammo a scolarcela.
Lo stereo, scoprii, si trovava nell’armadio antico. Misi su un cd di Marley. Alzai il volume e cominciammo a ballare per il soggiorno. In testa avevamo solo la festa. Quasi non credevo che avrei vissuto in quella casa tanto bella. Il fato ogni tanto ne caccia fuori una buona anche per noi sconclusionati.
Shina aveva messo giù il bicchierino. Mi osservava fantasticare e si scolava la bottiglia con sorsate poderose. Non avevo mai visto una ragazza bere a quella maniera.
Poi, bussarono alla porta.
Un tizio sui quaranta, rasato di fresco, camicia blu, t-shirt bianca, si presentò ostentando un’educazione surreale. Parlava un inglese corretto e scandito, facile da afferrare.
- Salve, io sono Jerun, abito al piano di sopra. Presumo siate i nuovi inquilini dell’appartamento.
- Sì, siamo i nuovi inquilini - risposi.
- Bene. Questo qui, sebbene si trovi nel quartiere a luci rosse, è un condominio tranquillo. Io desidero rimanga tale anche in vostra presenza. Lavoro duro e ho bisogno di pace assoluta durante la settimana. Il weekend vado in campagna a riposare. Durante il weekend potete anche urlare mentre fate le vostre cose ma durante la settimana dovete attenervi alla regola del silenzio. All right? Quindi niente schiamazzi e rumori durante la giornata. Il volume della musica è intollerabile. Per cortesia regolatelo civilmente. Con questo mi pare d’essere stato chiaro. Arrivederci.
Si voltò tirandosi dietro la porta. Io e Shina ci guardammo stupiti e scoppiammo a ridere. Purtroppo la cosa era più seria di quanto pensassimo. Appena il vicino entrò in casa cominciò a saltare sul pavimento. Dei salti pesanti a piè pari che il soffitto di legno tremò e venne giù un filo di polvere e dell’intonaco. Urlava: «Zitti figli di puttana! Zitti! Fate silenzio brutti figli di puttana!»
Spegnemmo lo stereo, sia mai ci veniva giù il soffitto della casa il primo giorno, e ci acquietammo. Poco dopo anche il vicino si calmò. Io e Shina ci sedemmo sul divano rivolto verso le ampie finestre che davano sul canale. I barconi scorrevano lenti. Il crepuscolo svelava le luci rosse delle vetrine. I turisti passeggiavano scattando foto. Ascoltando il silenzio calato di colpo su di noi, sorso a sorso, ci scolammo l’intera bottiglia.
Tutto sembrava filare liscio come l’olio. Non potevo certo immaginare che andavo incontro a un inferno disgraziato.
lunedì 3 marzo 2008
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