VIII
Shina beveva troppo. Spesso la mattina dopo essersi sbronzata trovavo il mio pranzo da portare in ufficio mezzo smangiato. O del vomito nel lavello della cucina. O bottiglie vuote sul tappeto inzaccherato. Shina soffriva di tremendi vuoti di memoria. Se le chiedevo di evitare il frastuono di pentole dopo essere rincasata al mattino era capace di rispondermi duramente: «Io non sono mica uscita ieri sera!»
Queste sue mancanze si ripercuotevano sul mio riposo. Nel senso. Tutte le volte che durante la settimana Shina rincasava tardi facendo baccano, Jerun, il vicino matto, alle cinque del mattino lanciava a tutto volume Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Il bastardo adorava gli Zeppelin e metteva su sempre lo stesso disco. Non ci fu mai modo di parlare con Jerun della cosa. Appena cercavo di avvicinarlo scappava via e Shina come andavano realmente le cose non lo capì mai. Shina aveva qualcosa che non andava. Talvolta prendeva e urlava come una pazza senza motivo. Una sera mi preoccupai sul serio. Credetti avesse avuto un attacco di cuore, un ictus o che so io. Dopo un urlo tremendo mi affacciai in camera sua.
- Shina? Posso entrare?
- Certo, entra.
Shina rovistava tra i cassetti alla disperata ricerca di qualcosa. Per terra c’era una bottiglia di whisky vuota.
- Come mai hai gridato? Tutto bene? Posso fare qualcosa?
- Gridavo? Io non ho gridato. Forse è stato quello del piano di sopra, that motherfucker!
Non era il caso di discuterne.
- Ok, torno in salone a leggere.
Poco dopo urlò di nuovo. Un urlo acuto, come di terrore profondo. Tornai in camera sua.
- Shina hai urlato di nuovo?
- Cazzo no, non ho gridato. Non sono stata io - disse infastidita.
Barcollava.
- Cosa stai cercando? - le chiesi gentilmente.
- Le cartine, non riesco a trovare le fottute cartine.
Mi sedetti sul letto. Era morbido. Avevo avuto una giornata pesante al lavoro. Mi stesi.
- Oh! Trovate! ‘ste stronze.
S’inginocchiò e avviò a rullare tra le mie gambe. Con un’intera stanza a disposizione proprio lì andò a mettersi. S’intrippò parecchio per chiuderla e con i gomiti mi premeva tra le cosce. Shina cominciò a parlare del suo lavoro. Lo stress la logorava. Il quadrimestre stava terminando e doveva aumentare le vendite. Al team manager non interessava altro che chiuderlo zeppo di contratti. Le stavano appiccicati al culo incitandola e motivandola a dare il massimo. Lei andava bene, vendeva e guadagnava soldi. Parlò delle colleghe invidiose dei suoi successi, dei colleghi che ci provavano e di come le pareva assurdo tutto ciò.
Accese la canna e diede due boccate profonde. Shina era stordita. Le si spalancò qualcosa nella memoria. O forse volle cacciare fuori un po’ di merda che si teneva dentro.
- Quel figlio di puttana! Anche sui giornali è uscita la notizia. Mio fratello è avvocato, sai? È avvocato mio fratello. È un avvocato importante e ha clienti in tutta Europa. L’ha seguita lui la causa contro quel prete schifoso!
Shina restava in ginocchio sul pavimento con la testa poggiata tra le mie gambe, e parlava, parlava in continuazione, a raffica parlava di questo prete degenerato. Non sarebbe bastato un kilometro di nastro per registrare tutto quello che andava raccontando.
- Solo nove anni aveva, hai capito? Nove anni. La figlia di mia sorella, capisci? La mia nipotina. E lui le ha fatto fare quelle cose sporche, sudice, quel bastardo figlio di una cagna. Ah! Mio fratello! Mio fratello è un avvocato importante, è avvocato mio fratello e lo manderà alla forca a quel sudicio maiale, alla forca!
Diede una lunga boccata e me la passò. Feci un tiro. Mi sentii subito fatto. Un purino di super skunk avrebbe tagliato le gambe a chiunque. Shina solo quello fumava. Anche al lavoro. Come riuscisse a reggerlo era un mistero.
Shina cominciò a carezzarmi la gamba mentre parlava. E senza volerlo ebbi un’erezione. Shina se ne accorse continuando a carezzarmi senza centrare il bersaglio. Ci girava delicatamente intorno. Afferrai al volo un istante di lucidità.
- È difficile lottare contro la malvagità della gente. La giustizia farà il suo corso e tuo fratello farà un ottimo lavoro. Stai tranquilla.
Fu il massimo che riuscii a dirle.
- Mio fratello è un avvocato importante, è conosciuto in tutta Europa, in Europa lavora. Mio fratello è un avvocato molto rispettato, è un pezzo d’uomo poi vedessi, ha due spalle così e fa l’avvocato. Cristo, quel prete maledetto!
Shina fece una smorfia di disgusto assoluto, poi esclamò:
- Deve morire quel maledetto cane! E mio fratello lo farà ammazzare, lo farà ammazzare a quel figlio d’una troia!
Si alzò in piedi, si tirò su la gonna e si tolse le calze. Aveva mutandine bianche, semplici. Poi si mise a rovistare tra i cassetti mettendomi il sedere proprio in faccia. Sembrava facesse proprio apposta a piegarsi in avanti così sfacciatamente. Shina aveva un bel sedere.
- Sono stanco. Vado a letto. – le dissi.
Si voltò contrariata e mi pacchettò la testa come si fa a un cretino.
- Vai baby, vai baby, vai a dormire. Tutto bene qui, vai a dormire baby. Io non ho bisogno di nulla.
Andai in cucina. Bevvi un sorso d’acqua.
Non mi andava di immischiarmi a certe cose. Lei aveva i suoi mostri, io i miei. Andarci a letto non mi veniva proprio. Gli angeli ci volevano. E io non lo ero.
Scivolai sul soppalco. Mi infilai sotto il piumone. Shina non urlò più e poco dopo mi addormentai stordito dal super skunk.
Quella notte Jerun non attese l’alba. Erano le tre. Lanciò al massimo del volume Black Dog. Mi schiacciai il cuscino in faccia e mi misi a cantare. Lallàllalà.
domenica 6 aprile 2008
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