XIV
In ufficio mi ero dato per malato.
La testa mi sbatte forte. Mi alzo dal letto, apro il frigo, e attacco al vasetto di marmellata. È un buon rimedio quando stai di schifo a via dell’alcool. Quattro cinque cucchiaiate e svaniscono nausea e mal di testa. O almeno ci si prova. Butto giù la marmellata col succo d’arancia, poi m’infilo di nuovo a letto.
Sotto al cuscino trovo un compact disc e un biglietto con su scritto: Chiamami presto. Alexandra. Chiamami presto? Non ce l’avevo mica il suo numero né tantomeno lei il mio. C’eravamo conosciuti al Bourbon Street, lo stesso posto in cui conobbi Janneke. Il locale del rimorchio. Alexandra era membro di un’associazione che raccoglieva fondi per la causa palestinese. Aveva lunghi capelli sottili e un viso innocente e ottimista. Alexandra sognava la pace tra israeliani e palestinesi. Per questa ragione indossava spillette con slogan pacifisti e organizzava meeting d’informazione in giro per Amsterdam. Alexandra era una tipa in gamba. Parlammo per ore della questione intendendo che il nocciolo era questo: a muovere le guerre, le devastazioni ecologiche, le speculazioni e tutti i disastri sono i soldi. Che a scannarsi siano ebrei, negri, bianchi o musulmani poco importa. L’avidità appartiene all’uomo. Hai voglia a tirare in ballo la religione, la politica o chissà cos’altro; si alza il culo dalla seggiola per interesse, altrimenti meglio restare davanti la Tv a guardare il varietà e andare a caccia.
Dopo aver scoperto che l’acqua si scalda col fuoco, e che avevamo argomenti in comune, la feci accomodare sul portapacchi della bici e venimmmo alla casa nel Quartiere.
Il cd è Space Oddity di David Bowie. Lo metto su e resto sdraiato nel letto con le mani dietro la nuca a guardare il soffitto. Infelice. È da un po’ che una serata del genere mi fa male. Poche storie. Ho piacere a stare con le ragazze, parlare degli interessi, dei sogni, farci sesso, eppure non provo niente per loro. Né affetto né gratitudine. Non riesco a sfondare l’ultimo muro di resistenza. Non riesco a darmi veramente. A ritornare a unirmi. M’importa soddisfare la mia voglia sessuale ricercando carne da addentare, masticare e dopo averne gustato il succo, sputare. Stop.
Realisticamente, sono io stesso a non sapere più come amare. Mi sto disabituando a dare affetto, ecco. Con questo tipo di approccio ho smesso d’interessarmi del loro e del mio cuore. E col passare del tempo mi rendo conto che il calore trasmesso durante questi rapporti esprime lo stesso di una lampada al neon: sintetico e freddo. I brividi caldi della passione andavano lentamente appassendo. Quella troia di Janneke è stata l’unica a cui m’ero affezionato. Ed è bastato esserle sincero una sola volta per farla scappare via. Allora stanco di avere a che fare con i sentimenti, preferisco contare sulla discreta quantità di trucchetti per approcciare una ragazza esclusivamente per chiavare, anche se il giorno dopo mi ritrovo triste nel letto con le palle svuotate.
In tutti i modi, la questione non è così semplice da risolvere. Ci sono dei momenti nella vita in cui trovarsi una ragazza è come andare alla ricerca della felicità. Come si fa a ricercare la felicità. La felicità è uno stato d’animo conseguenza di uno stile di vita positivo. Quello che credi il migliore per te. Io che lavoravo in un posto che non mi piaceva, ero lontano da casa, subivo un’estate tremendamente piovosa, non avevo un soldo in tasca, come diamine avrei potuto innamorarmi di qualcuno? Avrei preferito ammazzare piuttosto.
Insomma, accantonata la questione mi faccio una doccia. Entro in cucina gocciolando. Il lavello è ottuso da una catasta di stoviglie sporche. Pesto un pomodoro secco. La metà del mio frigo è vuota. L’altra metà, quella riservata a Johana, è carica di cibo non commestibile. I finlandesi hanno gusti tremendi nel mangiare. Andrebbero avanti a burro e patate se non gli fai notare che sugli scaffali c’è tant’altra roba.
Non potevo andare avanti tutto il giorno a succo d’arancia e marmellata. Stirai una camicia pulita, la indossai, misi la giacca e uscii di casa.
Pioveva. Dopo un breve periodo di sole e tepore eravamo ricaduti in un clima autunnale senza senso per me. Era agosto! Il cielo da settimane era sporco come i cumuli di neve vecchia ai lati della strada. Ma chi ci faceva più caso ormai. Il blu del cielo s’era ingrigito in una timidezza impenetrabile e buonanotte. In effetti da quando ero arrivato ad Amsterdam non si era mai rovesciato alcun acquazzone seguito da giorni di cielo azzurro. Anche dopo un violento nubigragio al massimo l’intensità della pioggia si affievoliva continuando a cadere leggera.
Chiedendo in giro quello vissuto non era un annus horribilis, come sospettavo. Si trattava purtroppo della norma. Alle persone quindi non fregava di passeggiare sotto la pioggia in agosto senza ombrello infradiciandosi. Sguazzava nel loro ambiente naturale.
Arrivai al mercato di Albert-Cuyp. Tanta gente tra le bancarelle con la bici al fianco.
Mi fermai dal pescivendolo, acquistai vongole italiane. Più avanti presi rucola, spinaci, melanzane, pomodori, e prezzemolo. Le verdure provenivano da Spagna, Grecia, Portogallo. Da un venditore di formaggi presi del Gouda olandese. Al mercato c’è di tutto. Una forma di globalizzazione che mi va a genio, con buona pace di Alexandra o chi per essa.
Proseguii per le bancarelle bicicletta alla mano con le buste appese al manubrio: il mulo olandese.
Il mio amico stava suonando. Pioggia o sole all’angolo tra V.d.Helstrstraat e Albert-Cuypstraat la sua musica rallegra l’aria e le voci. Suonava un contrabbasso usurato, scheggiato, picchiando col piede un cembalo per imprimere ulteriore spinta al sound. Cantava Falling in love. I passanti schioccavano le dita. Con la sua musica riusciva a tirare fuori un pezzetto di allegria alle persone, e ciò era da segnalare come prodigio assoluto. Vestiva un pantalone elegante, camicia bianca, panciotto, e il papillon colorato. Trasmetteva allegria sincera. Non era interessato ai soldi precipitati nel fodero. A lui piaceva proprio star lì in strada a suonare. Non fingeva né voleva fregarci, ecco. Era la sua passione e la rimandava intatta.
Io e lui non ci eravamo mai parlati. Mi mettevo lì, seduto sulla bici, e lo osservavo suonare. L’unico gesto d’intesa che ci scambiavamo era un lieve inchino con la testa. Per me valeva più di tante parole sprecate a capire, a farsi capire, a darsi da fare per capire. A modo nostro infatti ci comprendevamo, e non contava altro.
Quando il pezzo terminò lasciai cadere delle monete nella custodia e lo salutai.
Tornai verso casa. Misi la bicicletta alla catena ed entrai. Mi tolsi le scarpe, posai la spesa sul tavolo e feci partire il cd di Bowie.
Johana era tornata in Finlandia per le vacanze estive. Johana era una ragazza tranquilla, immacolata come la neve che nella sua anima doveva essere caduta da poco. Perfino Jerun aveva smesso di mettere gli Zep all’alba.
Comiciai a preparare il sugo con le vongole.
Alle volte fantastico di crepare come Tognazzi nel film La Grande abbuffata ingollando una pentola di patè. Altre mi chiedo dove sono andati a finire registi come Ferreri, attori come Mastroianni e perché il cinema italiano è diventato noioso e interpretato da attori senza personalità.
Squillò il telefono. Era un collega del call center.
- Santiago ho brutte notizie. Oggi in ufficio hanno detto che il mese entrante chiuderanno il dipartimento.
- Seeh, dai non scherzare, ho le vongole sul fuoco.
- Ci vogliono mandare in Scozia. È lì che trasferiranno l’ufficio. Io ci sto pensando.
Non era il tipo da fare battute. Pochi dubbi. Avevano deciso di chiudere bottega e cambiare aria.
- Dicono che ci pagano il viaggio aereo, l’affitto e la paga è buona.
- Se trasferiscono gli uffici in Scozia è per risparmiare. Non hai sentito parlare degli sgravi fiscali che regalano i governi? Funziona così. Le multinazionali o si spostano in un paese in cui pagano poche tasse o in cui la manodopera è a basso costo. Guarda cosa succede in India, in Indonesia e in Sri lanka.
- Ricordi il gruppo di indiani che ha seguito il training un paio di settimane fa? Pare che siano bravissimi e hanno grande spirito di sacrificio. Così ho sentito dire. È per questo che ho deciso di andare in Scozia. Almeno lì un lavoro ce l’ho. Non si può mai sapere.
- Almeno lì un lavoro ce l’hai.
- Giusto.
- Ho le vongole sul fuoco. Devo andare.
- A lunedì.
Riattaccai.
Quando la cottura fu al dente scolai la pasta, la saltai nel sugo e mi misi a tavola. A fine pasto mi steccai un bicchiere di rosso e del Gouda.
La pioggia ticchettava alle finestre come un gatto che chiedeva di entrare. Lo lasciai fuori.
Non sarei andato in Scozia e a breve avrei perso il lavoro.
Mi stesi sul divano. Tolsi il segnalibro e ripresi a leggere Voyage au bout de la nuit. Ero al punto in cui il medico speranzoso Bardamu, sbarcato a New York in pieno periodo fordista, viene sbattuto coi piedi per terra da un collega che gli fa presente: «Qui non abbiamo bisogno di intelligenza, abbiamo bisogno di scimpanzè!»
lunedì 13 ottobre 2008
XIII
XIII
La osservavo, seduta in divano, con la tazzina del caffè tra le mani e le gambe accavallate. Indosso una gonna di jeans, un maglioncino di lanetta nero e grossi stivaloni di cuoio. Vera fece in modo che il ricordo di Janneke si dissolvesse in fretta. Vera era una ragazza sensuale. Di quelle che fanno girare la testa. Morivo per le sue labbra dipinte e quegli occhi taglienti dell’est. Era rumena, del resto.
Tra noi era in corso un bel duello. Vera aveva abbassato la guardia, diventando mansueta. Al contrario, osservandola all’opera al Jimmy Ho, il locale alla moda dove c’eravamo conosciuti, era di quelle svampite che hanno inteso come governare gli uomini attraverso il fascino. Di quelle che se le rivolgi la parola senza conoscerti, ti squadra capo a piede e si volta seccata. Di quelle che amano naturalmente un ambiente sociale elevato, come se il loro corpo sodo fosse predestinato ai benestanti e a chi può permetterselo. Ragazze per i più inavvicinabili, insomma. E perché Vera filava proprio me? Perché la trattavo senza quella riverenza schifa che gli uomini deboli ostentano con le belle donne, tipo cane bassotto e tutto il resto. Da parte mia non le badavo ed evitavo smancerie. Pane al pane e se c’era da dirle qualcosa glielo dicevo dritto in faccia mostrando gran temperamento. Fu così che la conquistai. Chiedendole di farmi spazio sul divano. A queste signorine chic piace qualcuno che le tenga testa. Bisogna avere polso. Ed eccoti accontentata.
Il gioco delle parti è meraviglioso. Mi dovrebbero dare un oscar ogni volta che riesco a convincere qualcuno che sono esattamente il tipo che cercano.
Avviammo a parlare di stupidaggini, seduti sul divano fronte al canale. Non le toglievo gli occhi di dosso. Lei ricambiava. Jerun era via. E senza Shina tra i piedi mi godevo la casa.
Misi su della buona salsa. Cominciammo a ballare per il salone. Ci rincorrevamo, saltavamo sui divani, ci lanciavamo i cuscini, mentre continuavamo a ridere.
Non mi comportavo così da un mucchio di tempo. Di solito andavo dritto al sodo. Mi rendevo conto di perdere il meglio dalle ragazze. Il sesso è l’arrivo, non la partenza.
Alla fine me la ritrovai tra le braccia. Stretti l’uno all’altro respiravamo col fiatone, così, senza dir nulla. Le carezzai la guancia, lei chiuse gli occhi e lentamente ci avvicinammo per baciarci. Le sue labbra si dischiusero per accogliere le mie, un attimo prima di toccarsi la serratura scattò rumorosa, Tlock-tlack!
La porta di casa s’aprì. Apparve il bassetto, l’amico di Shina. Si mise le braccia ai fianchi, prese fiato e tuonò: - Loro restano qui stasera!
Lasciai perdere Vera e gli andai incontro.
- Esci fuori e dammi le chiavi di casa.
- Io non ti do proprio niente. Entrate ragazzi.
Prima che potessero mettere piede in casa mi avventai sul bassetto con il pugno alzato pronto a menargliele. Vera mi s’attaccò alle spalle. Lo spilungone si mise in mezzo dividendoci.
- Calmati! Non fare stupidaggini! - supplicò Vera.
- Sto qui ha le chiavi di casa e non devo incazzarmi?
- Noi abbiamo regolarmente pagato l’affitto, se è per questo. - fece il bassetto.
- Ma noi chi?
- Loro! – e indicò la coppia.
- Come pagato?
- Abbiamo pagato a Shina un mese di affitto e la caparra. La camera è nostra a tutti gli effetti.
Afferrai il cellulare e chiamai quella pazza.
- Che sta succedendo qui, me lo puoi spiegare?
- Santiago io non ne voglio sapere niente. Ho già sopportato lo stress del trasloco e voglio rilassarmi. È venuto a trovarmi mio fratello, l’avvocato. Non potevo certo portarlo in quel quartiere disgustoso. Nello Jordan si sta benissimo. Sono felice.
- Ti avevo spiegato che la camera l’avevo già fittata.
- I ragazzi mi hanno dato i soldi di un mese e della caparra. Per me restano lì.
- Ma che cazzo dici?
- Non alzare la voce, Cristo! Perché mi chiami puttana! Perché mi stai offendendo! Io non ho usato questi termini nella discussione!
- Cosa dici?
- Mi hai chiamato puttana, non me lo merito!
- Io non t’ho mai chiamato puttana.
- Oh sì che l’hai fatto! Mi hai chiamato puttana! Sto registrando la conversazione. Mio fratello è un avvocato e appartengo a una famiglia molto potente. Tu mi hai chiamato puttana. Ti sei messo nei guai, Santiago. Ti sei messo in guai seri. Fai entrare i ragazzi altrimenti chiamo la polizia. Fai entrare i ragazzi dentro casa altrimenti chiamo la polizia.
Era completamente fuori di testa.
- Shina i ragazzi sono dentro casa. Avevano le chiavi.
- Sono in regola loro, io ho ricevuto i soldi. Falli entrare.
- Ma tu non avevi il diritto…
Lanciò un urlo tremendo.
- Shina hai ragione. Calmati. È tutto a posto. Tutto è risolto. Siamo felici. Ora ci mettiamo il pigiama e andiamo a dormire.
- Bene.
- Sì. Bene.
- Salutameli.
Attaccai. E rabbiosamente buttai il cellulare nel canale. I ragazzi mi guardarono turbati.
- Portate le valige in casa. Per questa sera restate qui.
- L’hai capita! – fece il bassetto.
Vera se ne andò contrariata dicendomi: - Buona fortuna. Ne hai bisogno.
Appena uscì ascoltai grugnire. Proprio un grugnito di maiale.
- Ehi, quello era un grugnito! Mica avete bestie con voi?
- Non è una bestia. È un maialino nano. Si chiama Baby. - fece lo spilungone.
Aprì una cuccetta per gatti e liberò Baby, che per la contentezza di vedermi prontamente pisciò sul parquet.
Il cerchio era chiuso.
Quella notte non chiusi occhio. Chi avevo fatto entrare in casa? Qualcosa, tuttavia, mi diceva che avevo fatto bene a sistemarli. Quei due avevano delle facce spaesate. L’importante era sopravvivere fino al mattino.
Il giorno dopo tornai da lavoro e parlai con lo spilungone della questione. Gli spiegai il disastro montato da Shina. Non potevano restare un mese. Quel fine settimana la finlandese avrebbe preso possesso della camera. Lui capì senza fare storie. Avrebbe cercato un altro posto, semplicemente. La cifra anticipata a Shina l’avrebbe di certo avuta indietro, bastava parlare col bassetto, disse, era lui in contatto con Shina. L’avevano conosciuta la sera prima di incontrarci in un pub. Shina gli aveva promesso la stanza senza aggiungere altro. I ragazzi le avevano creduto, dato che non sapevano dove andare.
Preparai un caffè, ci sedemmo sul divano e ci conoscemmo con calma. Lo spilungone si chiamava Miro, la ragazza Stella. Miro era figlio di acrobati. La famiglia di Stella portava in giro per Praga un teatrino di marionette. Tra le due famiglie esisteva un odio profondo. In passato c’era scappato anche il morto. Suo padre poco prima di partire per l’Olanda gli prese cinquecento soldi dai suoi risparmi. Lo aveva fatto per il suo interesse, diceva, altrimenti la zingara glieli avrebbe portati via. Fecero a botte ma i soldi non li rivide più. Miro e Stella sognavano di mettere su un teatrino di marionette tutto loro e girare l’Europa. Per campare adesso cercava lavoro come carpentiere.
- Pagano bene in Olanda come carpentiere. – disse gagliardo.
Avevo un mucchio di recapiti di agenzie di lavoro interinale. Trascrissi su un foglio quelle che potevano interessarlo. Miro mi ringraziò e ci stringemmo la mano. Miro somigliava a Zampanò.
Un giorno incontrai Vera per strada. Dovetti correrle dietro, parve evitarmi di proposito.
- Stai attento che ti rubano in casa. Io la conosco a quella gente lì. Sono dei miserabili.
- Vera stai tranquilla. Sono delle persone a posto.
- Non li hai cacciati di casa?
- No.
- Hai fatto male.
Vera non venne più a prendere il caffè a casa mia.
Era il trentuno luglio. Tornai a casa dal lavoro dopo una giornata massacrante. Miro e Stella erano andati via. Sul tavolo nell’ingresso trovai il cappello da baseball di Miro e un biglietto: Thanks Santiago. Miro e Stella.
Neppure loro rividi più.
La osservavo, seduta in divano, con la tazzina del caffè tra le mani e le gambe accavallate. Indosso una gonna di jeans, un maglioncino di lanetta nero e grossi stivaloni di cuoio. Vera fece in modo che il ricordo di Janneke si dissolvesse in fretta. Vera era una ragazza sensuale. Di quelle che fanno girare la testa. Morivo per le sue labbra dipinte e quegli occhi taglienti dell’est. Era rumena, del resto.
Tra noi era in corso un bel duello. Vera aveva abbassato la guardia, diventando mansueta. Al contrario, osservandola all’opera al Jimmy Ho, il locale alla moda dove c’eravamo conosciuti, era di quelle svampite che hanno inteso come governare gli uomini attraverso il fascino. Di quelle che se le rivolgi la parola senza conoscerti, ti squadra capo a piede e si volta seccata. Di quelle che amano naturalmente un ambiente sociale elevato, come se il loro corpo sodo fosse predestinato ai benestanti e a chi può permetterselo. Ragazze per i più inavvicinabili, insomma. E perché Vera filava proprio me? Perché la trattavo senza quella riverenza schifa che gli uomini deboli ostentano con le belle donne, tipo cane bassotto e tutto il resto. Da parte mia non le badavo ed evitavo smancerie. Pane al pane e se c’era da dirle qualcosa glielo dicevo dritto in faccia mostrando gran temperamento. Fu così che la conquistai. Chiedendole di farmi spazio sul divano. A queste signorine chic piace qualcuno che le tenga testa. Bisogna avere polso. Ed eccoti accontentata.
Il gioco delle parti è meraviglioso. Mi dovrebbero dare un oscar ogni volta che riesco a convincere qualcuno che sono esattamente il tipo che cercano.
Avviammo a parlare di stupidaggini, seduti sul divano fronte al canale. Non le toglievo gli occhi di dosso. Lei ricambiava. Jerun era via. E senza Shina tra i piedi mi godevo la casa.
Misi su della buona salsa. Cominciammo a ballare per il salone. Ci rincorrevamo, saltavamo sui divani, ci lanciavamo i cuscini, mentre continuavamo a ridere.
Non mi comportavo così da un mucchio di tempo. Di solito andavo dritto al sodo. Mi rendevo conto di perdere il meglio dalle ragazze. Il sesso è l’arrivo, non la partenza.
Alla fine me la ritrovai tra le braccia. Stretti l’uno all’altro respiravamo col fiatone, così, senza dir nulla. Le carezzai la guancia, lei chiuse gli occhi e lentamente ci avvicinammo per baciarci. Le sue labbra si dischiusero per accogliere le mie, un attimo prima di toccarsi la serratura scattò rumorosa, Tlock-tlack!
La porta di casa s’aprì. Apparve il bassetto, l’amico di Shina. Si mise le braccia ai fianchi, prese fiato e tuonò: - Loro restano qui stasera!
Lasciai perdere Vera e gli andai incontro.
- Esci fuori e dammi le chiavi di casa.
- Io non ti do proprio niente. Entrate ragazzi.
Prima che potessero mettere piede in casa mi avventai sul bassetto con il pugno alzato pronto a menargliele. Vera mi s’attaccò alle spalle. Lo spilungone si mise in mezzo dividendoci.
- Calmati! Non fare stupidaggini! - supplicò Vera.
- Sto qui ha le chiavi di casa e non devo incazzarmi?
- Noi abbiamo regolarmente pagato l’affitto, se è per questo. - fece il bassetto.
- Ma noi chi?
- Loro! – e indicò la coppia.
- Come pagato?
- Abbiamo pagato a Shina un mese di affitto e la caparra. La camera è nostra a tutti gli effetti.
Afferrai il cellulare e chiamai quella pazza.
- Che sta succedendo qui, me lo puoi spiegare?
- Santiago io non ne voglio sapere niente. Ho già sopportato lo stress del trasloco e voglio rilassarmi. È venuto a trovarmi mio fratello, l’avvocato. Non potevo certo portarlo in quel quartiere disgustoso. Nello Jordan si sta benissimo. Sono felice.
- Ti avevo spiegato che la camera l’avevo già fittata.
- I ragazzi mi hanno dato i soldi di un mese e della caparra. Per me restano lì.
- Ma che cazzo dici?
- Non alzare la voce, Cristo! Perché mi chiami puttana! Perché mi stai offendendo! Io non ho usato questi termini nella discussione!
- Cosa dici?
- Mi hai chiamato puttana, non me lo merito!
- Io non t’ho mai chiamato puttana.
- Oh sì che l’hai fatto! Mi hai chiamato puttana! Sto registrando la conversazione. Mio fratello è un avvocato e appartengo a una famiglia molto potente. Tu mi hai chiamato puttana. Ti sei messo nei guai, Santiago. Ti sei messo in guai seri. Fai entrare i ragazzi altrimenti chiamo la polizia. Fai entrare i ragazzi dentro casa altrimenti chiamo la polizia.
Era completamente fuori di testa.
- Shina i ragazzi sono dentro casa. Avevano le chiavi.
- Sono in regola loro, io ho ricevuto i soldi. Falli entrare.
- Ma tu non avevi il diritto…
Lanciò un urlo tremendo.
- Shina hai ragione. Calmati. È tutto a posto. Tutto è risolto. Siamo felici. Ora ci mettiamo il pigiama e andiamo a dormire.
- Bene.
- Sì. Bene.
- Salutameli.
Attaccai. E rabbiosamente buttai il cellulare nel canale. I ragazzi mi guardarono turbati.
- Portate le valige in casa. Per questa sera restate qui.
- L’hai capita! – fece il bassetto.
Vera se ne andò contrariata dicendomi: - Buona fortuna. Ne hai bisogno.
Appena uscì ascoltai grugnire. Proprio un grugnito di maiale.
- Ehi, quello era un grugnito! Mica avete bestie con voi?
- Non è una bestia. È un maialino nano. Si chiama Baby. - fece lo spilungone.
Aprì una cuccetta per gatti e liberò Baby, che per la contentezza di vedermi prontamente pisciò sul parquet.
Il cerchio era chiuso.
Quella notte non chiusi occhio. Chi avevo fatto entrare in casa? Qualcosa, tuttavia, mi diceva che avevo fatto bene a sistemarli. Quei due avevano delle facce spaesate. L’importante era sopravvivere fino al mattino.
Il giorno dopo tornai da lavoro e parlai con lo spilungone della questione. Gli spiegai il disastro montato da Shina. Non potevano restare un mese. Quel fine settimana la finlandese avrebbe preso possesso della camera. Lui capì senza fare storie. Avrebbe cercato un altro posto, semplicemente. La cifra anticipata a Shina l’avrebbe di certo avuta indietro, bastava parlare col bassetto, disse, era lui in contatto con Shina. L’avevano conosciuta la sera prima di incontrarci in un pub. Shina gli aveva promesso la stanza senza aggiungere altro. I ragazzi le avevano creduto, dato che non sapevano dove andare.
Preparai un caffè, ci sedemmo sul divano e ci conoscemmo con calma. Lo spilungone si chiamava Miro, la ragazza Stella. Miro era figlio di acrobati. La famiglia di Stella portava in giro per Praga un teatrino di marionette. Tra le due famiglie esisteva un odio profondo. In passato c’era scappato anche il morto. Suo padre poco prima di partire per l’Olanda gli prese cinquecento soldi dai suoi risparmi. Lo aveva fatto per il suo interesse, diceva, altrimenti la zingara glieli avrebbe portati via. Fecero a botte ma i soldi non li rivide più. Miro e Stella sognavano di mettere su un teatrino di marionette tutto loro e girare l’Europa. Per campare adesso cercava lavoro come carpentiere.
- Pagano bene in Olanda come carpentiere. – disse gagliardo.
Avevo un mucchio di recapiti di agenzie di lavoro interinale. Trascrissi su un foglio quelle che potevano interessarlo. Miro mi ringraziò e ci stringemmo la mano. Miro somigliava a Zampanò.
Un giorno incontrai Vera per strada. Dovetti correrle dietro, parve evitarmi di proposito.
- Stai attento che ti rubano in casa. Io la conosco a quella gente lì. Sono dei miserabili.
- Vera stai tranquilla. Sono delle persone a posto.
- Non li hai cacciati di casa?
- No.
- Hai fatto male.
Vera non venne più a prendere il caffè a casa mia.
Era il trentuno luglio. Tornai a casa dal lavoro dopo una giornata massacrante. Miro e Stella erano andati via. Sul tavolo nell’ingresso trovai il cappello da baseball di Miro e un biglietto: Thanks Santiago. Miro e Stella.
Neppure loro rividi più.
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