III
Dopo aver rotto con Penelope intascai l’ultimo stipendio e fuggii da Roma disgustato dal genere umano. Sai di quelle volte in cui meneresti chiunque ti capiti a tiro e non fai nulla per evitare che accada? Ecco, quelle volte lì.
Per ritrovare serenità tornai a Castellammare di Stabia, la mia città natale. Presi possesso della mia stanza dopo circa due anni. A mio padre però la cosa rodeva. Avevo fallito, diceva. Avevo perso tempo in quei due anni spesi a Roma non costruendo nulla di concreto. Mio padre era ossessionato dal fatto che non avessi un’occupazione e di conseguenza che non fossi ancora in grado di essere indipendente. A venticinque anni era il momento di togliermi dalle palle, ma non ebbe il coraggio di dirmelo chiaro e tondo.
Purtroppo ero tornato con la coda tra le gambe e ciò rafforzava la sua posizione e non certo la mia. Non avevo la forza di reagire e rimettere a posto le parole che mi investivano. Ci sono momenti in cui togliersi di dosso la pesantezza di una sconfitta è dura, durissima, e ci vorrebbe ben altro che un padre che predichi e rompa i coglioni. Ci vorrebbe comprensione, affetto, amore incondizionato. Ma quello che desideri non è sempre facile da ottenere, e specie riguardo i sentimenti, lo si ottiene proprio raramente.
A me in ogni caso occorreva un periodo di pace e l’unico posto dove avrei potuto rifugiarmi era a casa. Eppoi dico, non si nega al figliol prodigo l’ospitalità, altrimenti che cazzo di famiglia cristiana era?
E non si creda che abbia evitato di parlarne, dico del fatto di prendermi del tempo per riflettere sul futuro, di capire cosa avrei voluto fare nella vita e tutto il resto. Tempo perso. Non ci avevo cavato un cecio dal buco. Per mio padre valeva la pena perfino arruolarmi nella legione straniera purchè non fossi rimasto con le mani in mano.
Mi faceva notare (non afferrando che ero alla frutta) che alla mia età aveva già due figli da crescere, una casa e un lavoro stabile. E rincarava: «Prendi esempio da tua sorella. Si è sistemata per tempo. A chi aspetti tu?»
Mia sorella, lei, era un bell’esempio. Certo. Da che ho memoria la sua ambizione è stata la famiglia. E determinata come un mulo sembrò una predestinata della maternità. Carmela cominciò a frequentare il ragazzo che aveva quindici anni, comportandosi come se fosse sposata e all’antica per giunta: smise di uscire con le amiche e i passatempi impiegando il tempo girando in moto col tizio e ultimare il prima possibile la scuola dell’obbligo. Da quel momento in casa fu come avere una zia che veniva in visita ogni tanto, e non una sorella. Dopo cinque anni di fidanzamento, appena il tizio trovò lavoro in banca come cassiere, si sposarono, partorì due gemelli, e accesero un mutuo. A soli vent’anni la sua vita era completa.
Quel giorno Carmela passò a salutarmi assieme alle sue due creature che giocavano coi dinosauri di gomma. Mi trovò in cucina a far colazione. Era mezzogiorno.
Mi contemplò con uno sguardo impietosito, come se avessi tentato il suicidio o avessi compiuto un atto riprovevole. Dopo un po’ finalmente disse:
- Santia’, appena esce un posto in banca non ti preoccupare. Ti sistemo io.
- Non voglio lavorare in banca – le risposi netto.
- Uh veramente, e cosa ti piacerebbe fare nella vita, fammi sentire?
E qui si infrangevano le mie difese.
Quando c’era da fare i conti con questa domanda la mia spavalderia si disintegrava in minuscole pagliuzze di polvere. Come un tappeto sbatttuto. Cosa mi sarebbe piaciuto fare nella vita? Cara Carmela se lo sapessi, come te che sei nata di un pezzo solo, non resterei ancora qui a rovellarmi le cervella. Ti ammiro, sorellina, perché sei esattamente quello che sei: una mamma che cresce i figli e tiene a bada la casa. Felice nonostante tutti gli affanni perché altri dubbi non te ne salgono. Mentre io devo ancora cominciare a vivere, tu sei già arrivata al capolinea. Sai cosa mi ha fregato a me? Aver letto parecchio. Già. Tutta colpa di quei dannati libri. Ecco il mio guaio. Fossi rimasto ignorante come te e tuo padre adesso lavorarei in falegnameria, avrei anch’io un figlio, una moglie, avrei perso il tempo al bar con gli amici, uno spinello ogni tanto, e la partita in tv la domenica. Ma, chissà, forse tutto questo è falso. Forse i giusti siete voi, e lo sparasentenze qui, non ha capito ancora un cazzo. Io, che non so più chi sono.
Eppure Carmela, ho nella testa, proprio qui dentro, un uragano d’intendimenti che tu nemmeno immagini. Devo solo venirne a capo. Ma è difficile, Gesù quanto è difficile venirne a capo. Si soffre, sai, maledettamente, nel cercare qualcosa non sapendo esattamente cosa. La percepisco, ecco, ma resta un’intuizione fuggevole. Adorno dice che dovrei partire, viaggiare, per trovare la mia strada e slaccarmi il culo. E sia allora, partirò. E non perché ne ho un desiderio irresistibile, lo faccio unicamente per venire via da questo buco e tutto il resto!
Questo avrei voluto dire a Carmela, la mia sorella tutta d’un pezzo. Invece non le dissi niente, convinto che mai avrebbe potuto capirmi.
Prendemmo il caffè, scambiammo alcune futili chiacchere sul lavoro, la banca, poi se ne andò a fare la spesa. Si era fatto orario.
Poco dopo, preciso come il marchese, chiamò mio padre per assicurarsi che mi stessi dando una mossa.
- Allora, trovato niente?
- Ho un colloquio con la Telecom settimana prossima. Assumono di nuovo.
- Lascia perdere la Telecom. Ti ho parlato del posto al comune, no? Non farti sfuggire l’occassione, la rimpiangerai. Posso metterci una buona parola. Il capitano è un amico.
Mio padre mi avrebbe visto bene come vigile urbano.
- Non so. Vorrei rifletterci prima di decidere - risposi.
- Hai ancora voglia di perdere tempo? Hai visto? A Roma non hai concluso niente! Smettila con questa storia dello scrivere e di fare l’artista. Per te ci vuole qualcosa di tranquillo. Metti i piedi per terra una buona volta. Stammi a sentire, oggi vai al comune a nome mio e parla col capitano Pisariello. È un lavoro sicuro. Ti piazzeresti. Cosa pretendi di più? Altri al posto tuo pagherebbero per avere quel posto!
Non c’era speranza.
- Hai ragione. Oggi vado al comune. Capitano Pisariello. L’ho segnato. Promesso.
- Bravo. Devi sistemarti, è ora.
Attaccai.
Mi feci una spremuta d’arance e ci pensai su.
Da sempre mio padre è convinto che la mia aspirazione sia quella del posto tranquillo e di procedere spedito come Carmela verso la famiglia e tutto il resto. Nonostante avessi preso altre strade non mi aveva mai considerato diversamente, fermandosi alla soglia delle sue aspettative. Mi ero trasferito a Roma per dimostrargli di essere in grado di fare a meno dalla falegnameria e diventare uno scrittore. Purtroppo, nonostante mi fossi impegnato a fondo, era riuscito appena a tenermi l’impiego al call center.
A farla breve quel paio d’anni trascorsi a Roma avevo ben sgobbato che mi saliva lo schifo a ricominciare. Da quando m’ero liberato dell’impiego al call center dormivo di grazia e sognavo a colori. Non sapevo cosa volessi fare nella vita, onesto, ero veramente confuso, ma avrei preferito perdere l’udito anziché alzare ancora la cornetta; e il vigile urbano non mi pareva un gran cambiamento. Sognavo di trovarmi qualcosa di meglio che dare precedenze e redigere verbali. A mio padre avrei detto: «Grazie dell’aiuto, ma ora non se ne parla di tornare al fronte. Non ti dare premura, da parte qualche spiccio per campare ce l’ho. Ho bisogno di tempo per riflettere sulla mia condizione» ma dopo avergliene parlato, legione straniera, vigile urbano o becchino, l’importante era lavorare.
Meglio inventarne qualcuna per tenerlo buono. Mi spiaceva mentirgli, ma non avevo alternative.
Tra di noi in famiglia esisteva un problema di comunicazione. Avevo provato tante volte a metterla sul piano dei sentimenti, delle emozioni, degli stato d’animo, senza ricevere mai la minima comprensione da parte loro, che m’ero stufato. Contavo fino a dieci, dicevo una bugia, e lasciavo perdere. Provarci ancora sarebbe stato inutile come parlare a un tronco secco, di quelli tarlati che si sbriciolano facilmente. Mio padre in testa aveva la segatura. Lavorava in falegnameria. Fabbricava infissi, tavoli, armadi e cose del genere. Gestiva la falegnameria assieme ai fratelli. Lui era il più grande dei quattro, tutti maschi. Di fratellanza però quelli lì avevano niente. Ognuno andava dritto per la sua strada come se lavorassero per conto proprio o alle dipendenze di un padrone. Quando i fratelli discutevano tra loro si aveva l’aria di ascoltare quattro sconosciuti, di quattro paesi diversi, che ignoravano ognuno la lingua dell’altro. Difatti gli affari della falegnameria si reggevano continuamente sull’orlo del fallimento. E nessuno di loro pareva accorgersene.
Il giorno in cui mio padre perse una mano a causa di una sega circolare invece di ritirarsi fu preso da uno strano impulso: dimostrare di poter lavorare forte anche menomato. In realtà non avrebbe mai lasciato a quei tre debosciati l’attività di famiglia. E così ogni giorno conduceva la stessa triste vita rincorrendo la morte adagio. La mattina si recava in falegnameria, faceva il suo aiutandosi con il rampino montato sul moncherino, e la sera tornava a casa piazzandosi davanti la Tv, unica fonte di svago e conoscenza. Una vecchia zia gli faceva trovare ogni sera un piatto freddo in tavola. Una riconoscenza senza motivo apparente, dato che questa zia non si faceva vedere mai per casa né li avevo mai visti parlare di qualcosa. Gli portava la cena e poi scompariva. Ed era facile capire come io ci andassi di mezzo in questa storia d’incomunicabilità.
Ci vuole fegato per vivere a quella maniera. Ci vuole coraggio per suicidarsi così lentamente. Io non sono tanto eroico. Non possiedo la tempra necessaria per queste imprese. Sono uno che cerca il modo di combattere la malinconia, quella che sale prepotente quando immagino di avere ancora una madre allegra a cui dar conto, con la testa dura dell’ariete. Dei sognatori. A modo mio insomma.
Avevo quindi anni quando morì. Male incurabile dissero i medici. Per me era curabile invece. Curabilissimo. Mia madre non poteva morire così giovane. Mia madre era immortale.
Fu solo tre mesi dopo la sua sepoltura, quando una sera rincasai ubriaco e trovavai mia sorella e mio padre inchiodati al televisore come degli idioti, che afferrai di averla persa per sempre. Non che avesse grandi nozioni o eccellesse in nessun campo né suonava strumenti o era capace di arti e mestieri particolari, ma quando s’interessava a qualcosa, fossero le cipolle rosse o una gonna di lino nuova, le brillavano gli occhi perché quelle cipolle rosse e quella gonna di lino rappresentavano qualcosa di speciale in quel momento, come la festa del Santo Patrono, e c’era da tenerne conto. Le cose a cui si affezionava diventavano i diamanti per un’orefice, i soldi per un banchiere, la rugiada per un viticoltore. Quelle cipolle o quella gonna le riempivano gli occhi di vita e passione. Di seguito la fiamma si sarebbe accesa per qualche altra cosa e così via. Ogni giorno c’era da fare, lì fuori, al sole, dove gli occhi le brillavano lucenti, e si muoveva, chiaccherava, stringendo le borse della spesa con un braccio e salutando un’amica con l’altra. Quell’energia vitale la trasmetteva anche a noi, che sembravamo perfino uniti a volte, e una certa armonia regnava in casa.
«Mi sono innamorata di lui, che posso farci. In fondo è un brav’uomo.» Così diceva, alludendo alla sua dolce metà oscura.
Lei ci illuminava, e appena venne a mancare, fummo scaraventati nelle tenebre.
Ricordo che mia madre mi raccomandava sempre di dire la verità. In qualunque caso. Eh quanto si sbagliava! Seguendo il suo consiglio più crescevo più mi mettevo nei guai. A scuola. Con gli amici. Con le ragazze. La verità non veniva apprezzata. Anzi era pericolosa. Ricordo che un giorno eravamo in palestra quando uno dei miei compagni con una pallonata mondò in frantumi un finestrone. La prof chiese a me. Io le dissi semplicemente che durante la partita Esposito l’aveva polverizzata con una delle sue cannonate da fuori area. Non l’aveva fatto apposta. La prof sospese Esposito per due giorni. E lui per vendicarsi cercò di darmele per l’intero quadimestre. Finchè ci riuscì. Non contento lo fece un altro paio di volte, diventando uno sfizio.
Da allora afferrai l’utilità d’inventarsi una storia invece di buscarle. Diventai bugiardo e scaltro. E la mia vita migliorò.
Fortunatamente mia madre è stata seppellita anni fa. A tempo per non accorgersi che razza di bestia sono diventato.
In tutti i modi, si apprestava una bella giornata. Mio padre l’avevo sistemato, mia sorella era andata via, avevo mangiato una colazione sostanziosa, e l’umore si reggeva appena sopra il limite del suicidio.
Uscii di casa. Montai sul vespino spacial e mi lanciai nel traffico respirando la mia porzione di smog quotidiano. Presi la strada dell’Acqua della Madonna, quella che porta dal centro agli stabilimenti balneari.
Castellammare di Stabia è affascinante e angosciante al tempo stesso: il Vesuvio, il golfo, il cielo azzurro, aprono il cuore. Poi c’è tutto il resto a rovinarla.
Arrivai in spiaggia. Era sporca. Il conflitto tra incanto e lerciume mi fece spavento. Allora saltai di nuovo in vespa e salii in collina, sui boschi del monte Faito, abbandonati e sudici anche peggio della spiaggia. E da lì su vidi di nuovo il mare. Quello fatto di case. E quello mi fece sul serio schifo. Perché in ognuno di quegli edifici una famiglia conduceva una vita normale e senza immaginarlo era in guerra con il mondo.
Smontai dal muretto e girai in vespa senza meta. Il vento in faccia e la sensazione di movimento bastavano a distrarmi. Dovevo prendere una decisione. M’ero rotto il cazzo di stare male.
Rincasai fatta sera.
Mio padre era lì a guardare la televisione seduto in divano. Filai dritto in camera. Non tutto era perduto. Avevo maturato una decisione durante il giorno trascorso in vespa: sarei partito. Era deciso. Nessun dubbio.
Attraverso un giro di telefonate mi procurai il numero di Gaetano, un conoscente che viveva ad Amsterdam da alcuni anni.
Lo chiamai: «Cerco ospitalità per i primi tempi», gli dissi.
Accettò senza fare una piega: «Uagliò, mo’ che sali portami due friarielli!»
Il giorno dopo ero in agenzia e comprai il biglietto.
Informai Penelope della partenza: «Quello che intraprendi non è un viaggio, è una fuga. E fuggire non ti servirà a nulla. È dentro di te che devi trovare la risposta ai tuoi tormenti. È con la forza di volontà che si supera la tristezza.»
Già. Facile la metteva. Non so cosa ci fosse dentro di lei, forse tubavano colombe bianche col rametto d’ulivo al becco, ma dentro di me, proprio al centro del muscolo cardiaco, tuonava la tempesta. Con chi avrei dovuto parlare?
Mio padre mi augurò di trovarmi un lavoro in fretta, mi strinse la mano, e lasciò intendere che se fossi tornato di nuovo a casa senza aver combinato nulla sarebbero stati guai. Non dimenticherò mai quel suo sguardo mosso a pietà. Quanto avrei voluto dargli un cazzzotto in faccia.
Avvertii Adorno, che entusiasta disse: «Finalmente!»
Prima di mettere piede in aereo mi venne in mente una frase di Cèline: a rimanere troppo in un posto alla fine la gente attorno puzza di morto.
Aveva dannatamente ragione.
lunedì 7 gennaio 2008
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