X
La metropolitana l’abbruttiamo noi, il popolo delle multinazionali. È negli occhi spenti e indifferenti incrociati la mattina che afferro il guasto generalizzato. Durante il tragitto che conduce agli uffici non s’ascoltano voci né risa né una chiacchera allegra. Ad ogni fermata ci accompagna il ronzio delle porte pneumatiche, l’incessante miscela di scricchiolii e sollecitazioni meccaniche dei mezzi a rotaia, e la voce robotizzata dell’annunciatore che indica la stazione d’arrivo.
Non sono il solo a penare.
L’irritazione che prende ognuno a restare insieme nello scompartimento è evidente. Aleggia uno spirito di intolleranza profonda. Perfino una scorreggia sarebbe preferibile a quel tedio. Ognuno cerca una via d’uscita. La maggior parte guarda fuori al finestrino scorrere nuvole e case grige. Altri ascoltano musica nelle cuffiette. Qualcuno è immerso nella lettura. Evitiamo la realtà. Osservarsi allo specchio e scoprire che fine di merda abbiamo fatto è dura.
Una volta smontati dal vagone ci dirigiamo compatti come guerrieri in marcia verso gli uffici. Tlack-tlack! Tlack-tlack! Tlack-tlack! Il frastuono delle suole sul selciato segna il passo. Una truppa compatta decisa a prendere posto sui rispettivi seggioloni. Sguardo fermo, busto eretto, passo determinato. Molti danno l’impressione di accingersi a una mansione urgente e carica di responsabilità. A me invece tocca impegnare la giornata a risolvere l’inceppo di un lettore codici a barre, il registratore di cassa che calcola senz’IVA, il collega che resta in pausa mezz’ora, l’altro che non risponde al telefono e bagattelle simili.
Che cosa triste! E dire che la mia vita è disegnata, senza scossoni, al riparo, assicurata. Potrei continuare così fino alla pensione. Le multinazionali americane, a differenza che in Italia, fanno di tutto per non cambiare personale in continuazione. Pagano di tasca propria il dentista, l’abbonamento della metro, gli straordinari tre volte tanto, e se resti con loro per più di sei mesi, gioia e tripudio, ti gratificano con un’aumento di cinquanta soldi in busta paga. Molti dei colleghi avevano comprato casa mettendosi le spalle al sicuro. Un lavoro semplice pagato decisamente bene, suggerivano. Cosa desiderare di più.
Eppure io non la vedevo così. Io non ero come loro. Sentivo di dovermi confrontare con altre attività. Lì dentro sprecavo il tempo.
Un alienato del ventunesimo secolo, ecco cos’ero. Un uomo/computer ben retribuito, con una casa dai soffitti alti, il frigo pieno, saltato a piè pari nel comune vortice della vita moderna come chiunque altro voglia essere indipendente: un lavoro del cazzo, dei soldi del cazzo, un weekend del cazzo, scopate del cazzo. Per il privilegio di non morire di fame e possedere tutto ciò, mi toccava restare seduto con le cuffie allacciate per otto ore e rispondere a quesiti banali.
In ogni modo dovevo produrre reddito per cavarmela e mi stava andando anche bene, mi rispondevo. Ma era quello il modo giusto per farlo?
Amsterdam offriva tanto svago dopo lavoro. Uno volta mi piaceva l’arte, i concerti, le mostre, il teatro. Adesso mi ero impigrito al punto che non mi andava niente. Spesso mi chiudevo in casa a guardare la pioggia venire giù inesauribile, senza energie, senza vitalità, senza senso. Avevo anche perduto la voglia di scrivere. Non ne sentivo il bisogno.
In tutti i modi, seduto come un coglione sul seggiolone, con le cuffie allacciate, mi venne in mente Adorno.
A quel tempo vivevo a Roma. Una metropoli trafficata, ruomorosa e sporca che Amsterdam a confronto era l’Eden. Vivere a Roma significava prendere coscienza degli attegiamenti tipici degli italiani. Roma era la città delle macchine di grossa cilindrata che non si fermavano al rosso, dei funzionari che poltrivano negli uffici ministeriali, degli appartamenti fittati agli universitari, la città dello shopping a Via del Corso che per un paio d’ore faceva sentire importanti le schampiste. Roma era una città invasa dai turisti trattati come bestiame buono solo a sganciare soldi a chi li fregava come tassisti e ristoratori. Roma era la sede della politica e gli uffici importanti erano protetti da buttafuori in occhiale da sole scuro e auricolare manco fossero i Mr. Smith di Matrix.
Roma era un città ricca. Perché tutti i soldi d’Italia in un modo a nell’altro passsavano di lì. E mi appariva come un’enorme mangiatoia d’oro in cui si ristoravano maiali e scrofe ben pasciuti. Ma Roma era anche la città degli impiegati al call center a settecento soldi al mese. Contratto di tre mesi, se andava bene. E con il costo spropositato dei fitti, del cibo, dei trasporti, dello svago, qualunque progetto con quel misero stipendio veniva represso. L’intero salario si restituiva paro paro per sopravvivere. A fine mese non restava proprio nulla in tasca, e toccava ricominciare daccapo. Eravamo in ostaggio. Senza via di fuga. Quest’ansia di arrivare a fine mese sempre agli sgoccioli, mentre dall’altro lato della strada c’era chi ostentava ricchezza volgarmente, aumentava la competizione. In città si avvertiva la rivalità tra la gente del popolo. Una guerra gratuita in cui si doveva fottere anzichè aiutare. Arricchirsi prima di tutto, poi il resto non conta. Una smania tremenda che, a come la vedevo io, veniva fuori chiara dai programmi televisivi. Io e Adorno restavamo giornate intere a trastullarci con Buona Domenica, Amici, e merdate simili. Tutto s’era ridotto a una gara. Classifica. Primo e ultimo. In quei programmi televisivi s’era persa la gioia di fare le cose per il gusto di farle e si andava avanti a furia di giurie che alzavano palette per decretare il migliore. La danza, il calcio, il canto, la recitazione, attività che da sempre rappresentavano uno svago erano di colpo diventati obiettivi importanti, così importanti che i ragazzi si battevano per sconfiggere la brutta malattia del tempo: l’anonimato.
Grazie a Penelope e Adorno, però, Roma diventava di colpo immortale e immensa come le sue rovine, con i vicoli silenziosi di Trastevere, i palazzi storici di piazza Navona, e la potenza dell’Impero che veniva fuori da ogni pietra.
Adorno faceva il postino. Fu proprio incontrandoci sotto al portone di casa mentre consegnava la posta che ci conoscemmo.
«Un altro napoletano a Roma. Che sei venuto a vendere anche tu la Fontana di Trevi?»
Gli risposi a muso duro che volevo fare lo scrittore. Lui replicò che ero pazzo. Così cominciò la nostra amicizia. Anche lui scriveva. Lavorare come postino poche ore la mattina gli permetteva di dedicarsi all’interesse per la scrittura pienamente. Nel tempo libero organizzava letture, stampava a sue spese una rivista letteraria seguita, e tutto il resto.
È uno in gamba Adorno. Spesso pizzicava un evento interessante e ci andavamo insieme. Una sera andammo alla libreria Farhenheit a Campo de’ fiori ad ascoltare la Pivano e le sue storie sulla beat generation. Ero emozionatissimo. Per me la Pivano rappresentava una degli ultimi messaggeri di un passato fatto di pirati, trafficanti, capitani coraggiosi. Gli aneddoti che andò scoprendo furono struggenti e la sua voce roca faceva venire la pelle d’oca. Ma fu come ascoltare un relitto. Quell’approccio con la scrittura era finito. La Parigi di Miller era scomparsa. Hemingway si era suicidato. La libertà tra Cassady, Ginsberg e Corso s’era ridotta a un’ammucchiata tra froci. A Roma non c’erano gruppi né avanguardie né personaggi trainanti; o almeno io non entrai a far parte di nessuno di essi. Ognuno andava per conto suo. Ognuno restava chiuso nel proprio sogno convinto di far bene. Eppure in città ce n’era tanti che scrivevano. Talmente tanti che se ci fossimo comprati ognuno il libro dell’altro avremmo campato di rendita.
Erano riconoscibilissimi gli aspiranti scrittori, con quei quadernoni in mano a guardare il Tevere per farsi venire l’ispirazione, o al tavolo di un caffè con la penna in bocca, gli abiti trasandati, i capelli spettinati. Io invece me ne stavo in disparte, rintanato in casa, con una bottiglia di vino sulla scrivania, battendo la tastiera del vecchio Pc mentre Penelope dormiva; le lanciavo uno sguardo e mi sentivo un re. Non ero beat, non ero capace, non ero ancora riuscito in niente, ma mi sentivo bene quando ci provavo.
Le telefonate quel giorno furono meno ossessive ed ebbi il tempo di ripensare a un’altra sera, quando io e Adorno andammo a un reading beat a Villa Ada.
Parcheggiammo l’auto, pagammo il biglietto ed entrammo. C’era parecchia gente. Il prato era invaso da centinaia di sedie di plastica. Ne trovammo due libere e un tavolino non distanti dal palco e ci sedemmo. Il reading cominciò sul momento. Diane Di Prima con le sue urla aveva grinta, come no, ma non era nelle mie grazie. Insomma, il concetto s’è capito, non star lì a menarla quella parola in eterno, le avrei detto. Ma lei niente, urlava Fire Fire Fire fino allo sfinimento prima d’acquietarsi e cambiar vocabolo. In segno di chissà quale lirismo non riuscivo proprio a capire. «Immagina se al posto suo avessi ripetuto Fica Fica Fica una quarantina di volte», dissi. «Al minimo ti avrebbero cacciato fuori a vergate e sputi», replicò Adorno. Mi alzai e andai in giro per il parco. Adorno restò a contemplare quella pazza. M’interessai agli stand in cui vendevano libri. In quelle occasioni ero solito prenderne qualcuno. La mia attenzione cadde su un saggio di Simmel, Metropoli e personalità. L’avevo letto ma non ne possedevo una copia. Possedere la copia di un libro è importante. Puoi riprenderlo ogni volta che ti pare, girartelo per mano, leggere addirittura delle pagine intere. Di quelli buoni s’intende.
Me lo infilai sotto la maglietta e uscii dal gazebo fischiettando.
Ecco, al tempo ero convinto che i libri non andassero pagati. E ne ero convinto al punto d’aver rubato la maggior parte di quelli che avevo in casa. Per me i libri rappresentavano un bene talmente importante da dover essere distribuiti gratuitamente come l’aria. Dato che ciò non accadeva mai, li rubavo.
Di seguito mi fermai al bar e comprai due birre. Tornai a sedere. Misi le bottiglie e il libro sul tavolo. Adorno avviò a leggerlo. Diedi un sorso alla birra. E venne finalmente il turno del mio poeta. Era lui il mio idolo, l’anello di congiunzione tra tutti gli altri. Un immortale ancora in piedi carne e ossa a darci addosso alla vecchia maniera. Ferlinghetti a passo lungo e deciso sistemò i fogli sul leggìo e avviò la lettura. Già alle prime parole afferrai che assistere a un reading è l’opposto di straccare sul divano a leggere. La poesia ha origine nel momento in cui la mente divorava il rilancio dei versi, e oltre le parole stesse, è la voce penetrante del poeta a creare poesia, ad affascinare.
Restai lì a bocca aperta, a sorsare birra, a librare vibrando.
Quando la lettura terminò applaudii contento. Anche Adorno era su di giri, «Giriamo attorno al recinto ed entriamo dal retro. Andiamoli a trovare, i poeti!», disse.
Andammo dietro al palco. Il backstage era circondato da reti metalliche con su cartelli di Pericolo di morte - Alta tensione. Il cancello era mezzo aperto e difeso da un buttafuori enorme. Facemmo gli indiani aspettando che si distraesse per intrufolarci. Dopo poco passarono schiamazzando dei ragazzi ubriachi. Il bestione si mosse verso di loro e sgattaiolammo dentro al recinto. Fummo proiettati in un’atmosfera godereccia. I poeti parlavano, mangiavano e bevevano rumoreggiando in cricche di due o tre, ognuno con il piatto colmo, il bicchiere a portata di mano e il cartellino giallo di riconoscimento appeso al collo. Sul tavolone allestito con cibo e beveraggio era tutto alla rinfusa, mangiato e lasciato a metà. Le bottiglie vuote riverse sul tavolo erano un centinaio. Dovemmo rabboccare alcuni bicchieri per farne uno intero. Di commestibile non era rimasto nulla. Adorno avviò una discussione con un gruppo di poeti. Io incrociai Ferlinghetti in compagnia di una bella ragazza con un opuscolo tra le mani. Si misero in disparte. Mi avvicinai a loro e origliai, «Perché non vieni a casa mia stasera, mi farebbe piacere», suggeriva l’ammiratrice. E Ferlinghetti niente, si gongolava guardandola negli occhi. «Dai, non farti pregare. Beviamo un drink e ti leggo le mie poesie. Ti piaceranno!», allora Ferlinghetti carezzò tra le gambe la giovane raccontandole una cosa all’orecchio.
Anch’io avrei voluto dargli il mio libretto di poesie e discuterne. Ma a quel punto mi parve ridicolo come un bambino allo zoo che offre arachidi ai pachiderma.
Arrivò il cuoco con una pignatta colma di spaghetti. I poeti s’avventarono a prenderne un piatto, mentre Ferlinghetti, beato in un angolo, si ripassava la ragazza.
I ricordi svanirono.
Erano le tredici, l’ora del pranzo.
Mi tolsi le cuffie, smontai dal seggiolone e mollemente andai in mensa.
Nonostante tutto avevo un certo appettito.
venerdì 25 aprile 2008
Iscriviti a:
Post (Atom)